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Covid e scuola: si spera in una botta di culo

Riparte l’industria e, forse, riaprono le scuole. Rispetto a qualche mese fa, sappiamo qualcosa in più del virus e della malattia, ma molto poco – o nulla – delle politiche utili a contrastarli. Uno dei pilastri della sanità pubblica è la valutazione degli interventi sanitari. Non è una novità, anzi. Misurare gli effetti (l’impatto, si dice ora) delle scelte è fondamentale per evitare che si ricominci tutto daccapo quando i problemi si ripresentano (e questo è destinato a ripresentarsi). Riaprire le scuole è una decisione esemplare di politica sanitaria e sociale e c’è grande incertezza sui modi per far tornare a studiare bambini e ragazzi. È “una cosa che va fatta” (lo dicono tutti) ma non è priva di rischi e, soprattutto, ci sarebbero tanti modi diversi per iniziare il nuovo anno scolastico.

Tipo? Tipo riaprire le scuole (tutte: dalla materna all’università) contemporaneamente. Riaprirle gradualmente dalla materna all’università. Prevedere aperture differenziate trasversali “agli ordini e ai gradi” su base territoriale (anche nello stesso Comune). Ripartire con una didattica mista in presenza e a distanza nella medesima classe dopo aver messo tutti gli studenti nelle condizioni di poter studiare in remoto. Si potrebbe continuare. La cosa fondamentale sarebbe stata quella di confrontare gli esiti delle diverse modalità di riapertura.

L’analisi dei costi e dei benefici delle decisioni di politica sanitaria è una metodologia imperfetta. Ma è la migliore che c’è, al momento.Nelle ultime settimane abbiamo letto un sacco di cose sulle conseguenze della riapertura delle scuole: informazioni (“Cento scuole richiuse in Germania”…) e punti di vista autorevoli (per esempio il commento uscito sul NEJM). Però mancano “conoscenze”, saperi che escano fuori dall’analisi dei fatti, dati confrontati con dati confrontabili. In una cornice del genere qualsiasi decisione è un azzardo. In Italia – e in tanti altri paesi – si procede così: augurandosi una botta di culo.

Possibile che al ministero della salute nessuno abbia pensato di sfruttare l’opportunità della (indispensabile) riapertura delle scuole per produrre conoscenza originale? Perché chi ha la responsabilità di governare la ricerca sanitaria in Italia (e siede nella CTS sulla pandemia) è così silenzioso da risultare invisibile?

Come al solito ha ragione Zizek, quel “vecchio marxista cinico e disilluso” (lo dice lui di sé…): “Verrebbe da credere – in tempi come i nostri, in cui il virus ci minaccia tutti – che la posizione dominante dovrebbe essere il desiderio di sapere, di comprendere pienamente come funziona il virus per riuscire a controllarlo e a fermarne la diffusione. Invece ciò che osserviamo sempre più spesso è una variante della volontà di non saperne troppo, perché questa conoscenza potrebbe limitare il nostro stile di vita quotidiano. Su Internazionale un articolo da leggere.

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