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Covid-19 e l’arte della sconfitta

…It’s evident

the art of losing’s not too hard to master

though it may look like (Write it!) like disaster

Elizabeth Bishop

Una nota sul JAMA nello spazio “The art of medicine” suggerisce una pausa per riflettere sull’importanza della parola in questo dramma infinito della pandemia. (1) I versi di Elizabeth Bishop raccomandano di tirarle fuori, le parole: “Il paradosso di aver bisogno della scrittura e sapere che è sempre insufficiente è esso stesso, ironicamente, una perdita, ancora più acuta se letta nella Bishop, una poetessa di singolare eloquenza, che si contorce in questo paradosso. Sembra un ordine strillato in un inutile prontuario: <Scrivilo!> e ci ricorda non solo i nostri coraggiosi tentativi di sostenere la vita di fronte alla drammatica ferita della covid, ma anche ciò che potremmo ancora avere da offrire una volta che pure il maggiore impegno non porterà ad alcun risultato”.

Alla raccomandazione <Scrivilo!> hanno risposto decine di infermieri e medici nei mesi scorsi: chi ha scelto di condividere le proprie parole lo ha fatto su Facebook, su Twitter, Instagram o collaborando alla preparazione di libri. “Il mio consiglio è sempre stato uno – dice Laura Binello, infermiera, curatrice con Cinzia Botter del libro Covid, ergo sum. La pandemia racconta gli infermieri: scrivete, buttate giù su carta, su un file, in un vocale, su una tela, fate uscire quel punto di vista bloccato”. Rendere pubbliche le proprie riflessioni, però, è una responsabilità e il suggerimento di Luisa Sodano, anche lei curatrice di un libro, Emozioni virali, è prezioso: “Consiglierei prima di tutto documentarsi su fonti accreditate e confrontarsi con i suoi pari. Inoltre, se il professionista desidera essere ascoltato deve a sua volta ascoltare i suoi interlocutori, cercando di comprenderne il livello di comprensione dei temi in discussione”. Ancora, le indicazioni puntuali che giungono da un’infemiera anche lei autrice del libro Storie di persone, voci di infermieri, Paola Gobbi: “Primo: non improvvisare ma preparare bene il proprio intervento, sia nei contenuti scientifici che nella modalità comunicativa, soprattutto se si lascia traccia con un’intervista, un post sui social o un articolo. Secondo: pensare a chi è l’interlocutore. Se è un collega, o se è un cittadino la comunicazione deve adeguarsi. Credo molto nel ruolo di influencer che abbiamo noi professionisti sanitari, e soprattutto gli infermieri che hanno acquistato negli ultimi mesi una visibilità che abbiamo sempre reclamato in passato,  grazie (e purtroppo) a seguito di questa emergenza sanitaria. Terzo: se si pensa di avere cose interessanti, originali da comunicare sentirsi libero di esprimerle, rispettando le regole di cui sopra. Questa emergenza si affronta meglio con il contributo di tutti quelli che la stanno vivendo in prima persona, nessuno escluso”.

Comunicare è una questione delicata, ricorda Paola Gobbi – che lavora come coordinatore infermieristico presso il Dipartimento di prevenzione, ATS della Brianza (Monza/Lecco) – e infermieri e medici possono influenzare i loro interlocutori: “Ho discusso animatamente sui social e contestato posizioni non basate sulle prove sia di infermieri sia di professionisti sanitari. Devo confessare che sono arrivata a rimuovere alcuni colleghi dalla mia amicizia su Facebook proprio per questo motivo”. Anche Luisa Sodano racconta di essersi trovata nel mezzo di discussioni animate “soprattutto su questioni sulle quali le evidenze scientifiche erano carenti. Ho riscontrato atteggiamenti di scetticismo su quanto raccomandato dalle istituzioni sanitarie, dal Ministero della Salute all’Istituto Superiore di Sanità all’AIFA. E anche su quanto proveniva da enti internazionali come il centro europeo sul controllo delle malattie o l’Organizzazione mondiale della sanità. Ho trovato colleghi che nell’incertezza preferivano agire in base a loro convincimenti personali e in questi casi ho cercato di fare capire loro che ciascuno di noi ha necessariamente un punto di vista più limitato rispetto a quello di gruppi di lavoro di esperti chiamati a prendere decisioni che abbiano un impatto sulla salute pubblica. In ogni caso ho sempre cercato di documentarmi il più possibile”. Per Laura Binello “c’è una vera e propria schizofrenia di idee e ragionamenti frutto di una comunicazione altrettanto schizofrenica tra professionisti sanitari e aziende, tra operatori e dirigenti, tra chi fa le cose e chi sta in poltrona. Anche tra gli operatori c’è chi riconosce la gravità dell’evento pandemico ancora in corso e chi invece, nonostante sia in prima linea, ha cambiato radicalmente idea fino a prendere posizioni forti anche nei confronti, per esempio, della prossima vaccinazione. Personalmente credo che sia obbligatorio, lavorando nel servizio pubblico, attenersi non alle personali ideologie, ma piuttosto alle linee guida e ai protocolli, ferma restando la libertà di opinione, che non va diffusa però, se contraria al modello assistenziale organizzativo adottato”.

Un punto delicato, questo sollevato da Binello: il difficile equilibrio tra convinzioni personali e codici di condotta istituzionali (ne abbiamo parlato in un post precedente, riprendendo un’intervista a Nicholas Christakis). “Vorrei partire da un punto imprescindibile” dice Paola Gobbi. “I dipendenti hanno degli obblighi di riservatezza e rispetto per le istituzioni  in cui svolgono la propria attività. Ci sono specifici regolamenti che si accettano nel momento in cii si stipulano i contratti di lavoro. Ritengo comunque che se non violano i regolamenti gli operatori abbiano il diritto di manifestare la propria opinione, proprio perché in prima linea e quindi testimoni di quanto un fenomeno nuovo come la pandemia da covid-19 stia impattando sulla vita e salute delle persone assistite e sugli stessi professionisti. I divieti non mi piacciono, specie se violano diritti costituzionalmente garantiti come quello di esprimere il proprio punto di vista”. Diverse istituzioni hanno vietato ai propri dipendenti di esprimere e proprie posizioni: “Ritengo sia stata una scelta scellerata” dice Laura Binello. “Ricordo bene i primi giorni di marzo quando in ospedale le circolari amministrative arrivavano via mail, sotto forma di bollettini numerati, come in guerra, al ritmo di uno/due al giorno, con indicazioni sull’utilizzo parsimonioso dei DPI, e solo in talune realtà assistenziali, con una forte motivazione che suonava così: <Non generate panico tra i pazienti con inutili mascherine>. Le mascherine non c’erano, i gel disinfettanti non c’erano, i camici e le tute non c’erano e quando le scorte terminarono e i contagi aumentarono paurosamente, come i decessi, i bollettini dei primi giorni, nonostante la tracciabilità informatica, sparirono dalle caselle di posta elettronica aziendali, lasciando spazio a nuove disposizioni che obbligavano all’uso di DPI, ma sempre quelli sbagliati, la mascherina chirurgica, che costava molto meno della Ffp2. I professionisti sanitari della mia realtà operativa hanno espresso eccome il proprio punto di vista, denunciando attraverso i sindacati di categoria, il comportamento scellerato di chi stava gestendo una maxiemergenza senza neppure sapere che il piano a cui fare riferimento era vecchio di 14 anni e nessuno di noi sanitari, era stato mai, ripeto mai, formato obbligatoriamente come invece si fa per la sicurezza, l’antincendio, l’anticorruzione”.

Ma le poesie suggerite dal JAMA sono tre e la seconda – Hospital in Oregon, di Marylin Chin – si apre con l’invito al silenzio: <Shhh>. Il silenzio delle sale di terapia intensiva, animato dai suoni delle macchine che diventano frastuone nei caschi dei pazienti. Il silenzio al quale sono ancora oggi obbligati, come dicevamo, molti professionisti sanitari. Il silenzio imposto ma anche – come dire? – risultante dai condizionamenti di un ambiente che ha da sempre reso difficile la discussione aperta: “Resto convinto che la ragione per la quale i medici e gli operatori sanitari non si esprimono non è soltanto per evitare guai” – commentava Salvo Fedele a margine del post prima citato – e a forza di voler evitare guai hanno perso l’abitudine al confronto e non hanno più nulla da dire. Subiscono a livello culturale (modello lezione frontale, false linee guida, Educazione continua in medicina) e nella gestione pratica delle loro vite professionali e della loro vita, basti pensare alla questione irrisolta dei DPI”. D’accordo con Salvo, Stanislao Loria: “Si è ormai imposto un modello culturale, per così dire, aziendale. Un modello che non si limita a stabilire la suddivisione delle responsabilità tra i dirigenti, quelle organizzative sanitarie … e quelle politiche, ma si occupa principalmente di definire le modalità di rappresentazione dell’azienda”. Molto sofferto anche un altro commento di Laura Binello: “La depressione post traumatica che ha investito molti colleghi impegnati nella pandemia, o colpiti dal virus, ha generato una sorta di mutismo emotivo e professionale che fa paura più del virus stesso. Il punto di vista ha perso gli occhi dentro la disorganizzazione e il continuo sfruttamento di operatori che non hanno nemmeno più voglia di confrontarsi. Sono falliti miseramente anche i vari centri di ascolto gestiti da psicologi messi lì più per protocollo che per progetti di vera riabilitazione emotiva”. E ancora Luisa Sodano: “Quando lavoravo come medico dipendente del SSN, nelle comunicazioni all’esterno dell’Azienda ero sempre vincolata all’autorizzazione della direzione denerale. Di fatto non ero libera di esprimere le mie posizioni.”

Fin qui, le voci di tre donne che hanno scelto di curare pagine importanti sulla pandemia preziose oggi per conoscere la tragedia e forse ancora di più domani perché avranno contribuito a documentarla. Tra le pagine sulla pandemia mancano quelle di Roberto Speranza. Il libro del ministro della salute è stato stampato e non distribuito: è una pagina nera della crisi sanitaria che stiamo attraversando e troppo poco se ne è parlato. Simbolo estremo dell’incapacità istituzionale di comunicare e un’occasione mancata per far sentire meno soli i professionisti del servizio sanitario nazionale.

  1. Campo R, New E. The Art of Losing—Three Poems for the COVID-19 Pandemic. JAMA. Published online December 11, 2020. doi:10.1001/jama.2020.24699
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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…