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La Babele medica ai tempi della covid

Facciamo un po’ tutti come ci pare, anche quando è in ballo la salute. Non c’è linea guida o protocollo o pdta o evidenza che trattenga dal prendere decisioni in assoluta libertà anche quando si tratta di cose delicate. Insomma, se c’è una cosa che la pandemia ha confermato è che la Babele medica prosegue anche al tempo della covid. Anzi, se possibile, è peggiorata.

Medicine and culture è il titolo di un libro di Lynn Payer pubblicato per la prima volta nel 1988, tradotto in Italia nel 1992 e ripubblicato in una nuova edizione nel 1995. Tradotto – per l’appunto – col titolo La Babele medica confrontava l’atteggiamento di medici e pazienti in Inghilterra, Francia, Stati Uniti e Germania. Non un libro sui diversi sistemi sanitari, ma sul fatto che in questi paesi medici e pazienti si affidano a diagnosi e terapie guidati da un’ideologia personale. Le differenze erano enormi e fornivano un esempio eclatante non solo di quanto fosse poco diffusa l’assistenza basata sulle prove ma anche di quanto fosse difficile sperare in una sanità che avesse come riferimento risultati della ricerca sui quali – almeno in certa misura – si fosse raggiunto un consenso.

Si ha così, in ambito sanitario, un procedere a macchia di leopardo. Marco Geddes, La sanità ai tempi del coronavirus

Sinner sta obbligando Nadal al tie-break in un emozionante quarto di finale del Roland Garros. Lo smartphone lampeggia per avvertirmi che Immuni ha rilevato un’esposizione a rischio con una persona covid positiva. La notifica arriva anche a Benedetta. È successo sabato 3 ottobre pomeriggio, all’aperto e con mascherina. Chiudo la televisione e riusciamo a prender sonno.

Mercoledì 7 ottobre, ore 9. Aprono gli studi dei nostri due medici di medicina generale. Alle 9 e un quarto, Benedetta ha l’impegnativa per effettuare il tampone, il certificato di malattia per due settimane e la notifica alla Asl. Alla stessa ora, ho solo le parole del mio medico che mi garantisce di non poter fare la prescrizione per un tampone per un caso del genere, che si sarà trattato di un contatto fugace, che la cosa migliore (o la sola possibile? Si decida per favore…) è aspettare e, se proprio volessi star tranquillo, “fare un sierologico”. Alla mia obiezione sull’affidabilità del test, risponde che ho ragione ma… insomma, niente tampone. Sorge dunque (almeno) una domanda: ma esattamente, Immuni a cosa serve?

È uno scenario che proprio non mi aspettavo. Credevo – pensa tu – che l’uso di Immuni prevedesse un protocollo, un percorso guidato, un qualcosa che inserisse la app in un diavolo di servizio sanitario ragionato. E uguale per tutti. Manco per niente: dipende dal medico curante, dipende dal luogo dove si sono incontrate le celle dei telefoni, dipende dalle ore di coda ai drive through dove si effettuano i tamponi per cui qualcuno potrebbe pure pensare ci siano indicazioni per i medici di medicina generale affinché la pressione sui servizi non cresca a dismisura.

Oppure potrebbe dipendere dall’ideologia di cui parlava Lynn Payer una cifra di anni fa. Pensa tu: se l’indicazione del mio medico fosse dovuta alla sua ideologia tirerei un respiro di sollievo. Molto meglio una decisione basata sull’interpretazione delle prove e dei contesti di una scelta orientata dal caos.

Quello nel quale si dibatte la sanità italiana.

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Ho avuto il privilegio di seguire le lezioni del professor #Massimiano Bucchi, che in questo breve video, in collaborazione con la rivista @forwardRPM, parla del valore degli errori. #fallimento #Io&Tech youtube.com/watch?v=zdHZpy… @MassiBucchi

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…