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Le camere dell’ego dei medici italiani

Mentre Riccardo Iacona lo intervistava per la puntata di Presa diretta intitolata Mai più eroi (casualmente lo stesso titolo di un libro dello stesso giornalista in uscita proprio quel giorno: strano modo di interpretare il servizio pubblico), la telecamera inquadrava la parete dello studio del dottore completamente foderata da attestati e riconoscimenti di ogni tipo. Il dottore intervistato diceva cose condivisibili ma abbastanza note a chi è socio del club esclusivo della sanità. Alla fine talmente scontate che uno si distraeva e finiva col chiedersi: “se gli danno il Nobel, dove lo appende?”

Ho fatto uno screenshot della ripresa e lo conservo per quando servirà una diapositiva che spieghi il significato dell’espressione “camera dell’eco”. Che, traslata nel contesto della medicina accademica, va tradotta più fedelmente con la locuzione “camera dell’ego.” Sono questi gli ambienti che rassicurano i grandi nomi della medicina italiana: ne ho visti tanti in quarant’anni e sono fatti di diplomi, foto con pontefici e calciatori, finte targhe di macchine americane e placche con battute ironiche (quelle cose tipo “Assicurati che il cervello sia acceso prima di parlare” e altre simpatie).

Dalla camera dell’ego – dov’entrano la segretaria con il caffè solo in “quella” tazzina che è proprio la sua, del dottore o del Professore, e gli assistenti si introducono con timidezza col busto leggermente piegato in avanti e riguadagnano poi l’uscita senza mai dare le spalle al direttore – si alimentano le camere dell’eco grazie ai vari zoom e (visti anche questi) veri e propri studi televisivi predisposti nelle case e in ospedale.

Raccontava Andrea Camilleri che quando l’Università di Messina voleva conferirgli la laurea honoris causa, Sciascia rispose “…perché? Già maestro sugnu.”

L’ego accademico è ormai fuori controllo. È qualcosa che può riguardare tutti e allora ho preparato un test, con l’aiuto di una persona seria (non come me), Madhu Pai (@paimadhu). Prova a vedere quante di queste affermazioni ti riguardano:

  1. Leggi le riviste scientifiche meno di un tempo
  2. Quando leggi un articolo vai a vedere se sono citati (e quante volte) tuoi lavori
  3. Se devi fare la peer review di un articolo che non cita tuoi lavori, rifiuti l’incarico o il tuo giudizio ne è influenzato negativamente 
  4. Le critiche di colleghi a tuoi lavori scientifici ti sembrano attacchi personali
  5. Cerchi di citare il meno possibile lavori di colleghi con i quali ti senti in competizione
  6. Deleghi a collaboratori l’incombenza di incontrare studenti e giovani colleghi che hanno bisogno di consigli
  7. Partecipi a convegni o a webinar solo se sei relatore
  8. Firmi sempre (o quasi) come ultimo autore gli articoli di tuoi collaboratori anche se non hai fatto nulla
  9. La volta che è saltato fuori un problema in un articolo che hai firmato (figura falsificata, dati che non tornavano, conflitto d’interessi non dichiarato, ecc.) la colpa era di uno specializzando
  10. Chiedi a un tuo collaboratore di chiamare un amico o un collega per tuo conto, anche se sarebbe normale che la telefonata la facessi tu
  11. Accetti di rispondere a qualsiasi domanda di un giornalista su qualsiasi argomento, anche se lontano mille miglia dalle tue competenze
  12. Hai attaccati alle pareti dello studio diversi attestati, tra cui quello di (almeno) una università statunitense (quelle britanniche valgono ormai un po’ meno)

Ogni <sì> è un punto e già con 5 sei sulla buona strada per finire o restare stabilmente nell’agenda di giornalisti e politici. Per non deluderli, sparale grosse. Al limite, tre mesi dopo, ammetti che quel giorno qualcuno ti ha proprio provocato.

Ed è venuta fuori qualche nota un po’ stonata.

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The end of science communication as we know it. [The title runs: “Tocilizumab works. Announce given on Paolo Ascierto social media”.] pic.twitter.com/Vvolj9cPeZ

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…