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Covid-19: se non si lavora, si studia

“Non saprei come definirmi” dice Francesca Bosco. È medico dell’ospedale torinese San Giovanni Bosco dove in poco più di due mesi transitano più di 1200 casi sospetti di covid-19. Più di cinquanta medici e 138 infermieri sostengono serie infinite di turni con l’aiuto di decine di operatori sociosanitari e addetti alla sanificazione. A distanza di oltre quattro mesi dal primo caso di covid-19 in Piemonte, Francesca parla della propria esperienza, dalla quale – insieme a quella di due colleghe e un collega – è nato il libro Abbracciare con lo sguardo. (1)

“Il salto dalla geriatria all’urgenza è stato difficile, non privo di ostacoli, ma estremamente stimolante e affascinante. Sono testarda e tenace, al limite della pignoleria, e non mi accontento delle risposte semplici e delle strade facili”. Di sicuro non dev’essere stato semplice anche perché – leggiamo sul libro – in vent’anni dalla laurea non avevi mai curato una malattia nuova, sconosciuta. Stavolta non è sufficiente studiare sui libri o chiedere al collega più esperto: bisogna procedere per tentativi, da soli come un esploratore in Africa.”

Ci siamo voluti convincere che tutto sarebbe andato bene. Abbiamo convinto i bambini a disegnare arcobaleni e sono stati appesi tricolori ai balconi, ma il bilancio dell’emergenza sanitaria è terribile. “Nel contesto di questa pandemia sono stata fortunata perché ho avuto la possibilità di lavorare con i colleghi di sempre, con i quali c’è un rapporto di amicizia e stima e l’unione, in questo caso più che mai, ha fatto veramente la forza. Mio marito è un medico e poter condividere con lui dubbi clinici e paure è stato di grande conforto”.

Nelle pagine del libro Abbracciare con lo sguardo, racconta della soluzione trovata per sostituire un rilevatore di ossigeno: è più difficile risolvere problemi clinici nuovi o problemi organizzativi?

“Oggi la medicina è molto tecnologica e lo è soprattutto la medicina d’urgenza, dove vengono usati strumenti molto sofisticati durante il lavoro, sempre beninteso considerando prioritario l’aspetto clinico e il rapporto con il malato. Ad ogni modo, nel nostro reparto l’essenziale è sempre stato disponibile. Sappiamo però che la medicina non si fa più solo con la propria presenza e con le mani come cento anni fa e dover dipendere da tanti materiali sapendo di poter restare senza è stato un problema emotivamente oltre che praticamente non facile da affrontare”.

È stato necessario un impiego di risorse umane straordinario. 

Si è molto discusso sulla possibilità che, nei momenti di maggiore pressione sui reparti covid, l’esito delle cure è stato peggiore. “In alcuni contesti è probabile che non sia stato possibile garantire uno standard di cura ottimale a causa della situazione drammatica dovuta alla numerosità dei pazienti e alla gravità della malattia. Nella nostra situazione questo non è avvenuto, ma è stato necessario un impiego di risorse umane straordinario e molto più intenso del previsto, così che tutti i pazienti sono stati assistiti in modo, a mio giudizio, più che sufficiente”.

Sempre nel libro, Francesca scrive di aver dovuto lavorare “con la speranza della pubblicazione definitiva”. Nei primi cinque mesi della covid-19, la letteratura scientifica è letteralmente esplosa, al punto che una rivista importante come il JAMA, organo ufficiale dell’associazione che raccoglie i medici statunitensi, ha ricevuto quasi il triplo delle proposte che abitualmente riceve. (2) Ciononostante, la nessuno studio concluso nelle passate settimane può essere definito risolutivo al fine della cura della malattia. “Sicuramente, trovarci a curare una malattia che non era possibile – per così dire – andare a studiare è stata un’esperienza unica. In diciassette anni di lavoro non mi era mai accaduta un’esperienza del genere. Ti senti davvero impotente. Questa inadeguatezza ci ha portato anche a prescrivere farmaci che, successivamente, non si sono rivelati efficaci. Quando non si lavorava, si studiava per cercare di regolamentare l’assistenza e uniformare il nostro operato. Per contenere un relativo disordine nei diversi approcci alla malattia che inevitabilmente si poteva determinare. Normalmente ci riferiamo a metanalisi e revisioni sistematiche, vale a dire a sintesi delle evidenze già disponibili. Ma in assenza di revisioni della letteratura, devi obbligatoriamente leggere tutto quello che viene pubblicato. Il quadro è stato complicato dal fatto che in questa occasione sono usciti anche dei lavori metodologicamente non rigorosi e di scarso spessore statistico, anche su riviste autorevoli.”

Scrivo un diario, prendo appunti per ricordare. 

Il buon rapporto dei medici con la scrittura è noto. Forse anche per questo non è stato difficile per la curatrice del libro, Michela Chiarlo – anche lei medico dell’ospedale San Giovanni Bosco – convincere dei colleghi a contribuire a questo progetto. Scrivo un diario, prendo appunti per ricordarespiega Francesca. “I racconti pubblicati in Abbracciare con lo sguardo hanno una storia differente. Uno – proprio quello in cui dico della ricerca del rilevatore di ossigeno – è nato come post su Facebook, scritto anche per ringraziare tutte le persone che avevano partecipato a questa specie di catena umana utile per risolvere il problema che si era creato. Gli altri li ho scritti quando, insieme a Michela, abbiamo pensato di raccogliere questi racconti sulla pandemia. Per me è sempre stato importantissimo leggere, ma anche scrivere. Due cose che sono sempre andate di pari passo. Ho letto cose molto diverse nel corso della mia vita e quello che scrivevo è sempre stato fortemente influenzato da quello che leggevo. Col passare degli anni, ti porti dietro ovviamente tutto l’insieme delle letture che ti hanno accompagnato.”

Sembra che le donne mediche siano state penalizzate dalle dinamiche della medicina durante la pandemia: è una sorpresa? “È un problema rilevante. Per dei costrutti culturali e probabilmente una predisposizione genetica, la donna è portata a compiere tantissimi sacrifici personali e lavorativi, soprattutto nelle prime fasi della crescita dei figli. Questo fenomeno era preesistente la pandemia e con il lockdown si è ulteriormente acuito.”

L’emergenza della pandemia può avere questo insperato effetto benefico: distogliere i curanti dalla fascinazione crescente esercitata su di loro dalla comunicazione digitale.” Sandro Spinsanti in “Noi Donne

In un articolo uscito da poco sempre sul JAMA leggiamo: “Covid-19 could provide the impetus for greater ascendancy of public health ethics over clinical ethics.” (3)  D’ora in poi andrà tuttobene per la sanità pubblica? “Certamente, rispetto alla frase dalla quale siamo partiti, c’è molta differenza tra la sanità italiana e quella degli Stati Uniti. Il nostro sistema sanitario è stato molto colpito, ma lo è stato soprattutto il servizio sanitario lombardo che è già per certi aspetti diverso da quello del resto del Paese. In generale, penso che in termini operativi e decisionali l’esperienza e la ricerca ci aiuteranno a rendere più precise ed efficaci alcune strategie. Essere però convinti che tutto andrà bene forse no, forse andrà meglio di com’è andata questa volta. Come anche non è facile pensare che il sistema sanitario possa uscirne migliore, basti pensare alla sensazione che ci sia stato un grande dispendio di denaro utilizzato in modo probabilmente non ottimale. Devo dire però che sono una persona pessimista per natura e questo mi condiziona molto nelle scelte. Rispetto alla covid invece sono abbastanza ottimista perché, volenti o nolenti, abbiamo imparato alcune cose. Per esempio in merito alle scelte etiche che già mettevamo in atto prima ma riguardo le quali alcuni professionisti non erano così consapevoli. Credo che alcuni aspetti della cura siano diventati ormai un bagaglio acquisito”.

Ascoltando Francesca mi tornano in mente le parole dette da Sandro Spinsanti durante un dialogo organizzato da Slow medicine proprio per discutere i temi affrontati nel libro Abbracciarsi con lo sguardo. Un significato del termine “emergenza” a cui raramente pensiamo è quello della manifestazione di qualcosa che “emerge”, che normalmente non vediamo. L’emergenza ci mette di fronte a una situazione alla quale non eravamo preparati. Se c’è una cosa del servizio sanitario italiano che ha fatto argine alla tragedia della covid-19 è aver potuto contare su persone capaci di governare le proprie paure, apprendere rapidamente dall’esperienza, risolvere problemi con creatività. Proprio grazie alle “risorse umane” possiamo essere certi che la sobrietà, il rispetto e l’equità nella cura abbiano informato la gestione sanitaria e umana di questa emergenza, anche al di là dei muri che separavano il “pulito” dallo “sporco”.

  1. Bosco F, Chiarlo M, Tizzani D, Zama Cavicchi F. Abbracciare con lo sguardo. Cronache dal reparto covid. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2020.
  2. Bauchner H, Fontanarosa PB, Golub RM. Editorial evaluation and peer review during a pandemic: how journals maintain standards. JAMA. Published online June 26, 2020. doi:10.1001/jama.2020.11764
  3. Halpern SD, Truog RD, Miller FG. Cognitive bias and public health policy during the covid-19 pandemic. JAMA. Published online June 29, 2020. doi:10.1001/jama.2020.11623
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Cosa stiamo imparando da #COVID19? Nei prossimi giorni uscirà l'intervista a @MedBunker su cosa dovrebbe cambiare nella comunicazione scientifica. Qui una piccola anticipazione. @dottoremaevero @RobiVil @lucadf pic.twitter.com/eW1NUdhqvk

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…