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Mi credevo invincibile: medici con covid19

“A metà marzo mi sono ammalato di covid-19. Per quasi sette settimane sono stato su un ottovolante di cattiva salute, sensazioni estreme e totale sfinimento. Sebbene non sia stato ricoverato in ospedale, è stato un periodo lungo e spaventoso. La malattia va avanti e ancora avanti, ma non se ne va mai. Gli operatori sanitari, i datori di lavoro, i partner e i malati devono sapere che questa malattia può durare settimane e che la coda lunga non è una «sindrome da affaticamento post-virale»: è la malattia. Le persone che stanno male più a lungo hanno bisogno di aiuto per comprendere e gestire sintomi strani in costante mutamento che possono avere un decorso imprevedibile”. (1)

We all need support and love from the community around us. Paul Garner

Paul Garner è medico e insegna alla Liverpool school of tropical medicine. Ha parecchi amici italiani come direttore del Centre for evidence synthesis in global health e ccordinatore del Cochrane Infectious Diseases Group. Anche lui, come altri professionisti sanitari, si sentiva al sicuro essendo in buona salute e facendo attenzione a comportamenti, contatti e abitudini. Troppo ottimista. Scrupoloso nel disinfettarsi le mani con il cloro a un certo punto si è accorto di aver perso l’olfatto. Poi, tachicardia. Ancora: “Mi sentivo come se qualcuno mi avesse colpito alla testa con una mazza da cricket.” Ogni giorno una sorpresa, ha raccontato nel blog del BMJ: “mal di stomaco, tinnito, formicolio, dolori dappertutto, mancanza di respiro, vertigini, dolori alle mani, strana sensazione sulla pelle con materiali sintetici”.

È stato aiutato da una pagina Facebook – Covid-19 Support Group (have it/had it) – dove ha incontrato un sacco di persone che hanno attraversato la malattia, alcune del Regno Unito, altre dagli Stati Uniti. C’è chi è stato preso in giro dai familiari che non credevano fosse stato contagiato. Chi ha subito le pressioni dei datori di lavoro che non concedevano più di due settimane di malattia. “Nel corso delle settimane sono stato sostenuto da chi è intervenuto in silenzio per aiutarmi in modo discreto, ma nella maniera giusta e puntuale. Famiglia, amici, colleghi e vicini di casa. (…) Questo amore e questo supporto ci indicano una direzione per il nostro futuro. E oggi la malattia si è alleggerita. Per la prima volta, non sto male.”

Tanti medici e infermieri si sono ammalati. “Siamo tra i professionisti più a stretto contatto con il corpo degli sconosciuti” ha confessato Michela Chiarlo (nella foto in basso) a Gioacchino De Chirico in una conversazione sulla pagina Facebook dello hub culturale Moby Dick di Roma (qui il video della conversazione). Ma quando si tratta del proprio, di corpo, le cose si complicano. Medici che si credono al riparo da tutto, invincibili: era sicuro di esserlo anche Joseph Finkler, medico del dipartimento universitario di Emergency medicine di Vancouver (nella foto in basso). “Se avessi davvero avuto difficoltà a respirare e avessi avuto il respiro corto, sarei andato in ospedale. Odio essere un paziente. Non volevo aggravare il peso del lavoro dei miei colleghi. Non volevo portare il virus nel nostro pronto soccorso. Quindi ho pensato: «Mi sento un po’ uno schifo. Fatico a respirare. Ma aspetterò. Se mi sentissi realmente male ci andrei, ma penso di farcela». Per me, era una febbretta, brividi, tosse e di sicuro un malessere generale”. [2]

“E’ molto difficile avere a che fare con un medico malato, anche perché non hai modo di rassicurarlo” dice Michela Chiarlo. Nel reparto covid-19 dell’ospedale San Giovanni Bosco di Torino, Michela ha curato diversi colleghi insieme a tantissimi altri malati e alcune di queste storie sono raccontate nel libro Abbracciare con lo sguardo. [3] “L’aspetto terapeutico della scrittura è anche ambivalente” ha spiegato a De Chirico. “Da un lato aiuta chi scrive e dall’altro sostiene chi legge. Scrivendo ho provato grande conforto ma penso lo abbiano avuto anche diversi colleghi che si sono ritrovati come curanti nelle pagine del libro.” Lo storytelling – scriveva parecchi anni fa il sociologo Arthur W. Frank, è per un altro allo stesso modo che è per sé stessi. “Raccontare offre sé stessi come guida per la auto-costruzione dell’altro. Chi legge o ascolta riceve una guida che non solo riconosce lo storyteller ma gli conferisce valore.” Come se l’uno entrasse nella storia dell’altro, scrive Frank. [4] La tragedia della covid-19 ha tenuto tutti a distanza dal setting della cura. Tutti tranne i professionisti sanitari che, per il breve periodo del proprio turno, erano autorizzati ad entrare “nello sporco” superando le barriere che erano in molti casi state tirate su in poche ore. I medici e gli infermieri che hanno voluto raccontare la propria esperienza lo hanno fatto per loro, certamente, ma anche per dar modo di entrare in un mondo che ai cittadini “normali” continua ad essere precluso. Lo ha spiegato bene Chiarlo nella conversazione con Moby Dick: solo aprendo una porta virtuale o “letteraria” sarebbe stato possibile anche ai familiari dei malati avere un’idea anche lontana di ciò che stava avvenendo in quelle terapie intensive: suo marito è stabile, ma continua a respirare malesuo padre respira con il casco, speriamo di non doverlo intubare: cosa possono dire frasi del genere ad una persona all’altro capo del telefono? “Raccontare storie di malattia è un tentativo – scriveva ancora Frank – di dare voce ad una esperienza che la medicina non può descrivere.”

Ill people’s storytelling is informed by a sense of responsibility to the commonsense world and represents one way of living for the other. Arthur W. Frank

“Le persone stanno facendo cose straordinarie nel nostro ospedale e in tutto il mondo” ha detto Finkler ad un media canadese.”I dirigenti dell’ospedale passano nottate senza dormire, fanno riunioni all’alba pianificando, incontrando persone, riflettendo: come possiamo riorganizzarci? Come possiamo aumentare la nostra capacità di assistenza? Molti stanno facendo tutto questo senza avere un dollaro in più. La pandemia mi sta dimostrando che tragedie del genere possono far emergere il peggio delle persone – penso a chi si accaparra carta igienica e disinfettanti per le mani – ma possono anche tirar fuori il meglio delle persone”.

“Quando tutto questo sarà finito o saremo una grande famiglia o non ci potremo più vedere. Speriamo la prima” ha scritto Michela Chiarlo sul proprio blog.

  1. Garner P. For 7 weeks I have been through a roller coaster of ill health, extreme emotions, and utter exhaustion. BMJ Blogs 2020; 5 maggio.
  2. Warnika R. ‘I thought I was invincible’: A Vancouver doctor’s story of contracting COVID-19. National Post 2020; 6 aprile.
  3. Bosco F, Chiarlo M, Tizzani D, Zama Cavicchi F. Abbracciare con lo sguardo. Cronache dal reparto covid. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2020.
  4. Frank AW. the wounded storyteller. San Francisco, CA: California University Press, 1995.

 

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Corruption in healthcare - we need care based on solidarity, not on charity because greed. We need careful and kind care for all. ⁦This is #WhyWeRevolt @patientrevpatientrevolution.org/revolt nytimes.com/2020/11/27/opi…

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…