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Covid-19 e il civile esercizio del dubbio

“Il dibattito sul metro o sui due metri non centra il problema. Ciò che conta è la combinazione delle misure di prevenzione: distanza fisica (almeno 1 metro e di più se possibile), lavaggio delle mani, maschere facciali in spazi chiusi ed evitare di stare in mezzo a molte persone. Stare a due metri non è la soluzione magica del problema.” Ha ragione Richard Horton, direttore del Lancet.

“Solo uno sciocco infrange la regola dei due metri. Questo è stato il mantra nel Regno Unito, dove i marciapiedi dipinti e le insegne dei supermercati spingono le persone a rimanere a due metri di distanza per prevenire l’infezione da coronavirus” hanno scritto Carl Heneghan e Tom Jefferson sul quotidiano Telegraph. (1) “In Gran Bretagna stanno riconsiderando la regola dei due metri, con il sollievo di ministri e uomini d’affari che prevedono un futuro cupo per i settori del turismo e dell’intrattenimento attualmente privi di clienti”. La fissazione su una determinata distanza mette in evidenza un modo ricorrente di affrontare il problema del rischio: “una falsa alternativa binaria tra sicurezza e pericolo” dicono Heneghan e Jefferson. Prova ne è che alcuni paesi hanno dato un’altra indicazione: la soluzione è a un metro e mezzo.

La responsabilità ha a che fare con il civile esercizio del dubbio. Pier Aldo Rovatti

Ci si nasconde dietro una misura tutto sommato arbitraria per evitare di dover dire apertamente se si tiene di più alla salute o all’economia. “Se i governi riaprono e diamo benzina al virus qualsiasi scommessa è perduta. Capisco le ragioni per far ripartire l’economia ma se non risolvi la questione dal punto di vista della biologia l’economia non guarisce” ha scritto Erin Bromage, professore di biologia alla Massachusetts Darmouth university, in un post letto 17 milioni di volte. (2) Trovare un punto di equilibrio non è semplice: “Il mondo economico sta valutando il disastro annunciato, oltre che nel turismo, a livello dei piccoli imprenditori, e spera che questa epidemia, come le precedenti, sia di breve durata” ha scritto Pier Aldo Rovatti. Ma, come fanno notare Heneghan e Jefferson, più che discutere sui centimetri di distanza dal virus, dovremmo interrogarci su quali siano le nostre priorità, individuali e sociali: le cose a cui teniamo di più. La scelta non è se essere sicuri a due metri o non sicuri a distanza di uno – ma se vogliamo correre più rischi o meno, e a che scopo.

In condizioni di incertezza ha poco senso decidere sulla base di studi imperfetti se la protezione dal contagio possa giungere ad uno o a due metri. Piuttosto sarebbe saggio seguire il principio di precauzione:
“E’ l’argomento più convincente per indossare indumenti o maschere per il viso, in particolare nei luoghi chiusi e sui mezzi pubblici, dove mantenere le distanze può essere difficile” scrivono Heneghan e Jefferson. “E’ un atto di considerazione nei confronti degli altri: coprire il viso impedisce che goccioline cariche di virus raggiungano altre persone e superfici dove altri possono toccarle”. Aiuterebbe tutti, oltre ai tuoi affari, aggiunge Bromage.

Potrebbe addirittura essere il caso di smettere di interrogarsi su certe cose. La pandemia non può essere questione di centimetri. Ha ragione Rovatti: a ben vedere, ciò che stiamo cercando “è piuttosto una modalità che attenui e nel caso raffreddi la nostra ansia compulsiva di sapere tutto del virus.” (3)

  1. Heneghan C, Jefferson T. There is no scientific evidence to support the disastrous two-metre rule. Telegraph 2020; 15 giugno.
  2. Bromage E. The risks: Know them, avoid them. 6 maggio e aggiornato il 20 maggio.
  3. Rovatti PA. Scrivere il virus. Il Piccolo 2020; 10 aprile.
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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…