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AIFA, covid-19 e conflitti di interessi

Scrive ieri Andrea Capocci sul manifesto: “Un emendamento inserito al Dl Rilancio rischia di diminuire l’indipendenza della ricerca medica dalle aziende farmaceutiche. L’emendamento allenta le norme sul conflitto di interessi tra il ricercatore che valuta l’efficacia di un farmaco e l’azienda che lo produce. Finora, infatti, chi proponeva una sperimentazione clinica doveva dichiarare ad un apposito comitato etico – un organo composto per almeno un terzo da sanitari che non fanno parte della struttura che ospita la sperimentazione – di non aver alcun rapporto con l’azienda produttrice del farmaco oggetto della ricerca. Se l’emendamento verrà approvato, basterà dichiarare le relazioni con l’azienda, e sarà il comitato etico a valutare caso per caso se vi sia un reale conflitto di interessi” (1).

La novità può sorprendere soprattutto perché – come sottolinea l’articolo – il direttore dell’Agenzia italiana del farmaco sarebbe d’accordo con questa apparente maggiore flessibilità istituzionale. Nicola Magrini è persona della cui integrità non si può dubitare: un esempio che ci permette di chiarire il primo punto sul quale bisognerebbe essere d’accordo per proseguire un dialogo sull’annoso problema del conflitto d’interessi: non è vero che non esistono bravi ricercatori che non abbiano ricevuto finanziamenti dall’industria. Come esistono eccellenti ricercatori che collaborano con industrie pur disegnando e conducendo esemplari studi indipendenti.

La ricerca sponsorizzata è metodologicamente meno rigorosa: stacce.

Il secondo punto su cui dovrebbe essere consenso è il seguente: la ricerca finanziata dall’industria è generalmente di minore qualità, più esposta a distorsioni nel metodo, nei risultati e nella comunicazione degli esiti rispetto alla ricerca indipendente. È così, c’è poco da fare: a Roma si direbbe “Stacce”. Quindi occorre la massima attenzione (2).

Terzo punto dal quale qualsiasi riflessione dovrebbe partire: è quasi impossibile fare qualcosa senza un finanziamento di aziende. Questo vale per l’aggiornamento professionale (basti pensare al rapporto tra ECM finanziata dall’industria e ECM prodotta dagli enti pubblici), addirittura per la formazione di medici, infermieri, ostetriche e farmacisti (sempre più spesso degli eventi sponsorizzati da aziende garantiscono crediti anche agli studenti universitari) e ovviamente per la ricerca.

Il quarto punto è che qualsiasi politica abbia provato a ridimensionare l’influenza delle imprese su assistenza e ricerca ha fallito. Le iniziative per rendere trasparenti i finanziamenti sono state solo un inutile appesantimento burocratico per i sistemi sanitari e non hanno disincentivato i passaggi di denaro dalle aziende ai medici. Le politiche editoriali che hanno imposto la disclosure dei finanziamenti ricevuti dagli autori di articoli da parte di aziende non hanno raggiunto risultati apprezzabili e la qualità dei contenuti delle pubblicazioni scientifiche non ne ha sostanzialmente beneficiato. I codici di condotta delle associazioni dei direttori delle riviste medico-scientifiche sono dei documenti sconosciuti a gran parte delle persone che lavorano in ambito sanitario e quasi nessuna delle nuove riviste che nascono ogni giorno si adegua a quanto prescritto. I codici etici delle associazioni di categoria in ambito farmaceutico o dei dispositivi medici descrivono scenari che è ottimistico ritenere siano quelli reali.

C’è un quinto punto: accettare che le imprese giochino un ruolo non diverso da quello degli altri giocatori. Il discorso vale non solo per le aziende del farmaco o dei dispositivi ma anche per le società scientifiche o per le associazioni no profit. La ricerca clinica è uno sport di squadra e pertanto può essere una strategia vincente andare a vedere se uno spirito collaborativo può davvero portare a diversi e migliori risultati. Qualsiasi sport, però, presuppone delle regole. Nel caso della ricerca sono particolarmente stringenti e rispettarle è una condizione essenziale.

Ecco la scommessa: condividere spazio di gioco e regole può aiutare le istituzioni pubbliche a esigere integrità di comportamento da parte di chiunque accetterà la sfida di partecipare alla stessa partita. Se escludi un giocatore o lo costringi a giocare un campionato tutto suo, non potrai lamentarti se non si atterrà alle regole che hai fissato. Ma se un giocatore con una maglia diversa vorrà partecipare al tuo campionato non potrà non impegnarsi a osservare le regole e potrebbe avere maggiori difficoltà a giocare su altri terreni con regole diverse.

Attenzione:è un cambiamento non trascurabile e può comportare maggiore responsabilità anche per le istituzioni.

  1. Capocci A. Ricerca farmaceutica, regole soft sul conflitto di interessi. Il manifesto 2020; 18 giugno.
  2. Esiste una letteratura sterminata: vedi la sintesi nel libro Conflitto di interessi e salute, scritto con Nerina Dirindin e Chiara Rivoiro (Il Mulino, 2018).

La foto in alto è di Massimiliano Sticca (Presentazione nuova maglia della Juventus) ed è archiviata su Flickr Creative Commons. Grazie all’autore.

Comments

1 Comment

Lucio Patoia

Sono d’accordo con le considerazioni fatte da Luca nei punti del post; propongo di aggiungerne altri 3:
Il primo ha a che fare con l’accesso disequo alla ricerca clinica tra clinici ospedalieri e universitari . I secondo sono molto facilitati da minori lungaggini e pastoie burocratiche e soprattutto da un’interpretazione molto favorevole che le aziende sanitarie hanno se una ricerca è proposta (o partecipata ) da un clinico universitario cui viene riconosciuto il diritto a fare ricerca. Il medico ospedaliero, pur se a parole il contratto prevede la facoltà di fare ricerca clinica, è in genere sottoposto a una serie di controlli e richieste di documenti volti non tanto a tutelare l’azienda da possibili conflitti di interesse del dipendente , ma a scoraggiare di fatto il dipendente dal fare ricerca clinica. Questo accade perché, a mio parere, la partecipazione di un ospedaliero ad una ricerca clinica sponsorizzata dall’industria espone il direttore generale e vari dirigenti di uffici di staff ad assumersi qualche responsabilità a fronte del fatto che nessun politico regionale ( che fa le nomine dei vertici aziendali) valuterà mai se in un ospedale si fa o meno ricerca. Ed è noto come in Italia il prendersi meno responsabilità possibili sia l’attitudine preferita dei dirigenti pubblici, specie nei casi in cui prendersi responsabilità non comporterà alcun vantaggio, nemmeno potenziale.
Il secondo punto è correlato al primo ; per il ricercatore ospedaliero non è previsto alcun aiuto da parte della direzione aziendale : non per le attività di segreteria scientifica, tantomeno per le attività di monitoraggio o di raccolta dati etc.


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