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Covid-19: non chiamarla guerra

Un nemico invisibile. Anche il supplemento del Corriere della sera, La lettura, del 24 maggio torna sul luogo comune della guerra al virus raccontando dell’esercito svizzero che ha realizzato una grande mappa “per riprodurre il fronte, analizzare movimenti e punti critici.” A parte la dubbia utilità di un plastico con edifici e pupazzi in epoca digitale, sarebbe bastata la data di pubblicazione dell’articolo per suggerire un sovrappiù di difficoltà a difenderne la tesi: altro che “raggiunger la frontiera e far contro il nemico una barriera.” La guerra ha bisogno di confini ed è chiaro che l’ultima cosa che può contenere una pandemia è proprio una frontiera politica. “Ogni giorno che passa ci accorgiamo che il Covid-19 non conosce confini e richiede una risposta unitaria a livello globale”. [1] 

“Non è una guerraha scritto Annamaria Testa già due mesi fa [2] – e dunque è tremendo e inaccettabile che per «combatterla» muoiano medici e infermieri: non sono «soldati» da mandare in «battaglia», pronti a compiere un «sacrificio». Usare il frame della guerra per implicare, insieme all’eroismo, l’ineluttabilità del «sacrificio» è disonesto e indegno.” Giustamente Testa chiede di essere meno pigri e di resistere alla tentazione di ricorrere a una metafora consumata, come Susan Sontag aveva spiegato quarant’anni or sono. Tanto più che un’entità-concetto come il virus non ne avrebbe davvero bisogno, considerata la sua forza evocativa. Usare correttamente le parole è sì la conseguenza dell’avere le idee chiare, ma è anche la condizione per affrontare i problemi in modo razionale.

We are at war with a virus – and not winning it. …This war needs a war-time plan to fight it. Antonio Gutiérrez

Come ha ricordato Costanza Musu su The conversation [3] la metafora della guerra è stata usata da tanti leader politici, da Trump a Macron, e porta con sé un rischio enorme: quello di trasformare i professionisti sanitari in soldati. La retorica della guerra pretenderebbe che sia accettabile uscire dalle trincee senza protezione, arruolare “ragazzi del 99” privi di esperienza o riservisti ormai anziani e ancora più vulnerabili di fronte al virus. Tutte cose peraltro che hanno caratterizzato la prima fase della pandemia: mancanza di dispositivi di protezione per i professionisti sanitari, coinvolgimento di specializzandi e medici in pensione. Continuare a sostenere di essere in guerra – scrivono Elliott Ackermamn e Allan S. Detsky sul Time [4] – renderebbe per certi aspetti normale o comunque inevitabile la morte di tanti professionisti che l’impreparazione dei sistemi sanitari ha esposto a rischi che avrebbero potuto essere prevenuti. Siamo (semplicemente) dei medici e non per questo dobbiamo diventare degli eroi per essere caduti sul campo, scrive la neurologa Adina Wise sullo Scientific American [5]: al medico non può essere chiesto di assistere un malato in ospedale “ad ogni costo” mettendo in pericolo la propria vita solo per le inefficienze del sistema sanitario.

We are not at war. And we certainly have not enlisted. We are doctors. What we are doing is working extraordinarily hard to keep our patients alive. Adine Wise, Scientific American

C’è anche un altro aspetto da considerare: in tempo di guerra qualsiasi dissenso non è tollerato: qualsiasi critica può essere giudicata come una manifestazione di disfattismo e chiunque prenda le distanze da decisioni di politica sanitaria potrebbe essere definito un disertore. È essenziale analizzare la crisi sanitaria che stiamo attraversando, non solo per mettere a fuoco eventuali responsabilità che ne hanno aggravato l’impatto sanitario e sociale, ma soprattutto per cambiare l’assetto e le dinamiche del sistema rendendolo meno vulnerabile. “SARS-CoV-2 colpisce preferibilmente coloro che sono più vulnerabili, meno ricompensati e più invisibili alle persone che detengono il potere” nota Richard Horton sul Lancet. [6.]

It is not by cultivating the image of warriors that governments will convince people to continue to comply with health authorities: it is by appealing to civic duty, solidarity and respect for fellow human beings. Costanza Musu, The Conversation

Sarebbe un’occasione perduta se, dichiarando guerra al virus, pensassimo di poter rinunciare a interrogarci con severità sul modello di sviluppo che ha contribuito al determinarsi di questa tragedia. “Dobbiamo chiederci che tipo di società desideriamo dopo che la pandemia si sarà esaurita. Non è troppo presto, anzi è essenziale, pensare al nostro futuro comune.” [7]

  1. Cassandro D. Siamo in guerra! Il coronavirus e le sue metafore. Internazionale 2020; 22 marzo.
  2. Testa A. Smettiamo di dire che è una guerra. Internazionale 2020; 30 marzo.
  3. Musu C. War metaphors used for Covid-19 are compelling but also dangerous. The Conversation 2020; 8 aprile.
  4. Ackermann E, Detsky SA. Why comparing the fight against Covid-19 to a war is ethically dangerous. Time 2020; 7 maggio.
  5. Wise A. Military metaphors distor the reality of Covid-19. Scientific American 2020; 17 aprile.
  6. Horton R. Offline: A global health crisis? No, something far worse. Lancet 2020; May 2;395(10234):1410.
  7. Horton R. Offline: COVID-19—what countries must do now. Lancet 2020; Apr 4;395(10230):1100.

La fotografia in alto è di dmbosstone e si intitola “Covid-19 in Washington DC”. E’ su Flickr CC. Grazie all’autore.

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Luca De Fiore

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