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Covid-19: chi decide che l’informazione è vera?

Di questi tempi, il gruppo su Whatsapp dei compagni del liceo è super attivo. Tutte persone abbastanza benestanti: architetti, sceneggiatori, insegnanti, ai quali il SARS-CoV-2 sta regalando molto tempo libero. La più attiva, però, è una medico ospedaliero, infaticabile nel produrre serie di lunghissimi messaggi che gridano al complotto: il principale bersaglio è l’Organizzazione mondiale della sanità (che sapeva da un sacco di tempo dell’emergenza ma che ha tenuto tutto nascosto…), seguita a ruota dal famigerato laboratorio di Wuhan (ah, quel virus costruito dall’intelligence franco-cino-americana…) e da big pharma che sta ostacolando ad ogni costo le terapie che davvero – davvero! – funzionano: il plasma di convalescenza e l’ozonoterapia… L’ultima discussione l’ha chiusa così: “Ho visto un filmato su internet che documentava in modo incontrovertibile i ritardi e gli svarioni dell’Oms mettendoli in fila in ordine cronologico.” Un filmato su internet, non meglio precisato…

La pandemia causata dal nuovo coronavirus alimenta l’insicurezza e mostra in tutta evidenza la scarsa capacità di leggere dietro le notizie e comprendere l’informazione. Siamo più vulnerabili e crediamo alle più fantasiose teorie del complotto. Seducenti, insidiose perché muovono spesso da qualcosa di vero o di credibile.

“Le aziende di Internet e dei media dovrebbero fare di più per affrontare la diffusione della disinformazione”, ha detto giovedì scorso Will Moy, dirigente di Full fact, un ente indipendente che si occupa di fact checking. “Le cattive informazioni rovinano la vita, possono scoraggiare l’impegno nella vita democratica e mettere a rischio i soldi delle persone, la salute o la sicurezza personale.” Bad and going viral, ha intitolato il New York Times riprendendo un comunicato della Reuters.

Pensiamo davvero che la strada migliore sia chiedere a Google e a Facebook di censurare le stupidaggini che noi stessi pubblichiamo in Rete?

Claire Wardle si occupa da anni di social media e di user generated content. Fa ricerca al Berkman Klein Center della Harvard University: “Il modo migliore per combattere la disinformazione è inondare la scena con informazioni accurate che siano facili da comprendere, coinvolgenti e semplici da condividere su dispositivi mobili”. La ha citata Timothy Caulfield in un articolo uscito su Nature che se la prende in primo luogo con le università e i centri di ricerca più autorevoli che continuano a propagandare terapie alternative, addirittura per la Covid-19. In più l’articolo non manca di dare consigli concreti. [1]

We need good science all the time, but particularly during disasters. Timothy Caulfield, Nature

Tuitta. Scrivi un articolo per un giornale molto letto. Tieni conferenze pubbliche. Rispondi alle richieste dei giornalisti. Autorizza i giovani che lavorano con te a impegnarsi nella comunicazione scientifica. Condividi informazioni attendibili che ritieni siano preziose per il pubblico. Segnala alle agenzie regolatorie eventuali problemi che pensi meritino di essere affrontati.”

Alle notizie false dovremmo rispondere con informazioni accurate e facilmente comprensibili. Bisogna ammettere che è molto più difficile e costa parecchia fatica in più rispetto a protestare sui giornali contro Facebook e Google.

  1. Caulfield T. Pseudoscience and COVID-19-we’ve had enough already. Nature. 2020 Apr 27.

La foto in alto è di Ib Aarmo e si intitola Ferder lighthouse (Flickr Creative Commons). Grazie all’autore.

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…