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Covid-19, epidemiologi e urgenza di studiare

In Italia, la Covid-19 ha colpito almeno inizialmente le regioni a reddito medio più alto: Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto. Forse anche per questo, hanno iniziato a girare in Rete dei meme che sottolineavano l’interclassismo di questa epidemia, che nel nostro Paese sembra non far distinzione tra appartenenti a differenti fasce di reddito e a gruppi sociali. Forse non è così semplice. Vedremo se la pandemia scuoterà alle fondamenta dei sistemi sociali ed economici iniqui ma, intanto, una lettura attenta di quello che sta succedendo svela dei cambiamenti di scenario che potrebbero essere destinati a conservarsi anche quando la Covid-19 avrà perduto la propria forza dirompente.

“I sistemi sanitari occidentali sono stati costruiti attorno al concetto di assistenza centrata sul paziente, ma un’epidemia richiede un cambiamento di prospettiva verso un concetto di assistenza centrata sulla comunità.” Non potevano essere più chiari i medici dell’ospedale di Bergamo nel loro articolo scritto per Catalyst, il media di approfondimento del New Enlgand Journal of Medicine. (1) “Ciò che stiamo apprendendo dolorosamente è che abbiamo bisogno di esperti in sanità pubblica ed epidemie, ma questo non è stato al centro del lavoro dei decisori a livello nazionale, regionale e ospedaliero. Ci manca la competenza sulle condizioni epidemiche, guidandoci ad adottare misure speciali per ridurre i comportamenti epidemiologicamente negativi.”

Western health care systems have been built around the concept of patient-centered care, but an epidemic requires a change of perspective toward a concept of community-centered care.

Manca la competenza, scrivono i medici che lavorano in prima linea sul fronte dell’assistenza sanitaria. Ma non manca la competenza clinica, anzi: fa difetto la capacità di interpretare e rispondere coerentemente ad una crisi di sanità pubblica. Eppure l’Italia è una nazione che ha sempre espresso delle eccellenze in campo epidemiologico di livello internazionale: almeno a giudicare dai riconoscimenti e dagli incarichi affidati a nostri ricercatori in altre nazioni del mondo. Ciononostante, l’epidemiologia italiana – se possiamo parlare di “epidemiologia italiana” – non è sembrata e non sembra ancora unita nel suggerire risposte e vie d’uscita alla crisi che stiamo vivendo. “Basti pensare che il famoso contact tracing, uno strumento che si è rivelato decisivo nel contrasto all’epidemia in diverse nazioni asiatiche, qui da noi nessuno sa come vada effettuato in concreto”, mi dice un’amica epidemiologa pregandomi di non esporla alle critiche dei colleghi. “La famosa digital epidemiology di cui si parla da anni anche in Italia è una perfetta sconosciuta, in punto pratico: con qualche eccezione, se ne occupano con competenza i fisici e gli informatici – e di italiani ne abbiamo di caratura internazionale – che vengono ovviamente guardati dall’alto in basso dagli epidemiologi italiani che hanno peraltro abbandonato anche la tradizione della shoe-leather epidemiology, quella che ti metteva in gioco chiamandoti a lavorare sul territorio, se necessario bussando alle porte delle case: oggi, nel migliore dei casi, l’epidemiologo è una figura consulenziale dei decisori sanitari o, nella peggiore delle eventualità, l’ideale ospite di trasmissioni televisive”, mi dice un altro amico, notoriamente critico verso la categoria…

Torniamo a Bergamo: “Questo focolaio è più che un fenomeno di terapia intensiva, piuttosto è una crisi di salute pubblica e umanitaria. Richiede il coinvolgimento di scienziati sociali, epidemiologi, esperti di logistica, psicologi e assistenti sociali. Abbiamo urgentemente bisogno di agenzie umanitarie che riconoscano l’importanza dell’impegno locale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha espresso profonda preoccupazione per la diffusione e la gravità della pandemia e per i livelli allarmanti di immobilità nelle attività. Tuttavia, sono necessarie misure coraggiose per rallentare l’infezione. Il blocco è fondamentale: il distanziamento sociale ha ridotto la trasmissione di circa il 60% in Cina. Ma si verificherà probabilmente un ulteriore picco quando le misure restrittive saranno allentate per evitare un grave impatto economico. Abbiamo fortemente bisogno di un punto di riferimento condiviso per comprendere e combattere questo focolaio. Abbiamo bisogno di un piano a lungo termine per la prossima pandemia.”

Sarebbe fondamentale che l’epidemiologia italiana ritrovasse il tempo per leggere, rinunciando almeno un poco all’urgenza del parlare. Dovendo a breve contribuire a prendere decisioni importanti, una delle letture obbligate è lo studio sul delicato equilibrio tra necessità di “allentare il blocco dei cittadini nelle case” e conservare i benefici ottenuti con il distanziamento sociale. (2)

Travolti dall’emergenza della pandemia ci sono anche buone notizie: stiamo dimenticando alcune recenti ossessioni della medicina degli ultimi anni. Qualcuno sa dov’è finita la real world evidence per caso? Come anche la famosa patient-centred medicine… Se una cosa stiamo tornando ad imparare è che la salute e la medicina devono essere centrate sul territorio e su una visione di sanità pubblica.

  1. Nacoti M, Ciocca A, Meng AG, et al. At the epicenter of the Covid-19 pandemic and humanitarian crises in Italy. Catalyst. NEJM 2020; 21 marzo.
  2. Prem K, Liu Y, Russell T, et al. The effect of control strategies that reduce social mixing on outcomes of the COVID-19 epidemic in Wuhan, China. Lancet Public Health 2020; 25 marzo.

Le foto sono di photoeuristic.info e sono pubblicate su Flickr Creative Commons. Quella in alto è intitolata “Keep 1 mt distance!” e quella nel testo “Times of shutdown”. Grazie mille all’autore.

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…