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Covid-19 e WhatsApp

Siamo in 2 miliardi ad usare WhatsApp. Benvenuta dunque l’Organizzazione Mondiale della Sanità che ha appena lanciato ( un nuovo strumento chiamato WHO Health Alert su WhatsApp.

“Se scrivi “hi” anumero +41 79 893 1892 su WhatsApp, riceverai un messaggio dall’OMS che comprende un insieme di voci di menu che portano alle ultime informazioni, come nuovi tassi di infezione da coronavirus in tutto il mondo, avvisi utili per chi deve viaggiare e segnalazioni di attività di disinformazione che dovrebbero essere contrastate. L’OMS può anche inviare avvisi, se necessario, a tutti coloro che si sono iscritti. (1)

There seems to be a lot of appetite from people for ways to get good, accurate information and we’re happy to do what we can there to help. Will Cathcart, CEO WhatsApp

Non era necessaria la pandemia da Covid-19 per accorgersi della disinformazione che influenza le scelte di salute dei cittadini. Ma nelle ultime settimane è emersa una novità inquietante: le fake news diffuse tramite WhatsApp, una app ormai utilizzata da tantissime persone. Ne ho parlato con Francesca De Nard, medico specializzando dell’Università degli Studi di Milano che coordina il gruppo di lavoro ‘Etica e salute pubblica‘ della consulta degli specializzandi di Igiene. Francesca, qual è il problema a tuo parere?

Ho notato un aumento importante nella diffusione di messaggi audio e di testo su WhatsApp. Questi messaggi sono tutti confezionati con la stessa ricetta. Gli ingredienti sono: fonte reale non identificabile, anche se spesso vengono specificati nome e cognome di un professionista e il nome di una struttura, immediatezza della condivisione, ma soprattutto linguaggio tecnico e contenuti apparentemente ‘scientifici’. In questo modo i messaggi diventano facilmente fuorvianti, ed è difficile sottoporli a fact checking anche per gli stessi professionisti. Diversi di questi messaggi sono arrivati alla mia attenzione proprio attraverso colleghi. Per fare degli esempi, tra i messaggi al momento circolanti cito il messaggio vocale dell’amico del medico che consiglia di togliersi la scarpe prima di entrare in casa, e il testo scritto da un ortopedico (che ha smentito e denunciato in meno di 24 ore) che sconsiglierebbe l’assunzione di tutti i farmaci anti-infiammatori, in base a dati molto preliminari che riguardano esclusivamente l’ibuprofene utilizzato per il trattamento dei sintomi dell’infezione da SARS-CoV-2.

Su cosa si basa l’apparente scientificità di questi messaggi informali che circolano tra i cittadini?

Gli ingredienti di base sono quelli classici della disinformazione attraverso i social media: cherry picking, ovvero la selezione di dati non esaustivi ma utili per avvallare o insinuare la propria tesi; la credibilità falsa o usata a sproposito (il primo messaggio irritante che ho ricevuto – via mail – è stata un’intervista al premio Nobel Luc Montagnier che promuoveva l’uso del glutatione per la profilassi di Covid-19) e la narrativa divisiva, che tende a minare la fiducia nel Servizio Sanitario Nazionale, ma è anche di ostacolo al funzionamento di una comunicazione efficace.

L’elemento di novità è rappresentato dalla natura fuorviante dei contenuti, che riescono a mimetizzarsi nella letteratura scientifica. In un contesto di incertezza riguardo una materia nuova, potremmo parlare, quasi, di “fattori di rischio” che predispongono all’accettazione di questi messaggi sabotatori. Tra questi, la circolazione abbondante di preprint (per esempio sul database bioxriv) e la corsa alla pubblicazione su Covid-19, a volte senza passare attraverso peer-review accurate anche su riviste prestigiose. Ancora, i risultati preliminari di trial farmacologici (come nel caso del tocilizumab) e di indagini epidemiologiche (come quella condotta a Vo’ Euganeo) che sembrano aver dato risultati molto importanti per il policy making, e che sono già stati rilanciati abbondantemente dai giornalisti, ma i cui dati e metodi – che sarebbero molto utili per interpretarne il vero significato – non sono a mia conoscenza ancora reperibili. 

Qual è a tuo parere l’origine di tali messaggi?

Non è impossibile che dietro questi messaggi ci sia una serie di persone che in completa autonomia hanno escogitato degli scherzi di cattivo gusto. Tuttavia, applicando il rasoio di Occam, l’ipotesi di un fenomeno organizzato sembra richiedere un minor numero di assunzioni. Leggendo la stampa internazionale mi sono accorta che il fenomeno delle fake news su WhatsApp, con le stesse modalità, è di respiro globale. Non posso fare illazioni su chi sia il mandante ma è lecito pensare che l’intento sia di minare la nostra credibilità e dividerci.

Questi messaggi incompleti o infondati che circolano su WhatsApp restano confinati nei gruppi nei quali sono condivisi?

Assolutamente no. Il risultato è la frequente condivisione e conseguente disseminazione virale anche da parte di colleghi medici di informazioni e raccomandazioni che poi le società scientifiche, con inevitabile ritardo, si ritrovano a smentire. Questo fenomeno genera un elevato livello di incertezza e confusione sull’epidemia, anche per chi si trova a vari livelli a gestirla. In un contesto di incertezza, necessità di prendere decisioni immediate, e anche di paura (non dimentichiamo che i colleghi clinici devono convivere con la consapevolezza del rischio di contrarre l’infezione), la prima difesa immunitaria a cadere è il rigore scientifico. Si corre il rischio di formare le proprie opinioni su dati non conclusivi, con basso livello di evidenza, non ancora soggetti a peer-review (non tutti siamo in grado di sostituirci al reviewer), estrapolati male o addirittura già retracted. Un’altra caratteristica comune a questi messaggi è il framing, orientato a mettere in dubbio le raccomandazioni ufficiali e al fear mongering. È veramente difficile riuscire a rispettare la raccomandazione di seguire solo le fonti ufficiali, prima di tutto perché al momento anche i medici hanno paura. 

L’informazione scientifica su Covid-19 è aperta: NEJM, JAMA, BMJ, Lancet non nascondono questi contenuti dietro un paywall e anche progetti come la Cochrane Library o UpToDate hanno deciso di rendere liberamente accessibile dati e notizie utili a governare la pandemia in corso: sarebbe paradossale se quello dell’open access possa diventare un problema e non la soluzione, non credi?

Qualcuno ha scritto che abbiamo voluto l’open access, ora però dobbiamo gestirlo e capire che farcene. Penso che la consapevolezza su questo tema sia molto importante. Tra i colleghi medici, soprattutto clinici, ho potuto constatare un livello di consapevolezza molto basso. Ho visto condividere preprint o articoli ritrattati anche da colleghi con profilo scientifico decisamente più elevato del mio. Sono convinta che la preparazione su Covid-19 sia fondamentale anche per mantenere la lucidità necessaria per prendere decisioni e affrontare questo momento difficile. La consapevolezza in merito ai rischi della disseminazione scientifica accelerata è parte integrante di tale preparazione.

Dai: ti chiederei di dare due consigli ai tuoi colleghi medici…

I take home message sono questi a mio parere: primo, mantenere alta la guardia ‘metacognitiva’ e sforzarsi di condividere solo fonti ufficiali; secondo, ricordare che non siamo diversi dalle persone comuni, siamo soggetti agli stessi bias e alla stessa paura. Ripartire da questa consapevolezza penso sarà cruciale nel dopo Covid-19, per (ri)costruire una relazione di fiducia su basi empatiche e non paternalistiche.

Situazione complicata, dunque, non solo dal punto di vista sanitario ma anche da quello informativo. Aziende come WhatsApp, però, sono da considerare alleate di chi lavora per una migliore comunicazione. Lo prova anche il finanziamento di un milione di dollari che WA ha devoluto al Poynter Institute’s International Fact-Checking Network (1).

Dietro la disinformazione ci sono persone, non tecnologie.

  1. Newman LH. WhatsApp is at the center of coronavirus response. Wired 2020; 20 marzo.

La foto in alto è di Ryan Morse e si intitola iphone, mobile. E’ su Flickr Creative Commons. Grazie all’autore.

Comments

1 Comment

iacopo bertini

Buonasera Luca,
perfettamente d’accordo con la dr.ssa. Anch’io, tra le mie conoscenze e gruppi, cerco di mettere in evidenza distorsioni e contraddizioni di questi messaggi.
Avrei però evitato l’esempio delle scarpe! Lo stesso Ricciardi, in proposito, un giorno è rimasto sul vago, il giorno dopo ha detto che se si tolgono male non fa! Purtroppo, non è semplice dare sempre risposte secche, precise e puntuali su problemi che non si conoscono in dettaglio.
Comunque, bell’intervista, diffonderò questo link, molto utile!
Saluti (casalinghi)
Iacopo


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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…