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Covid-19: ce la siamo cercata?

Arriva un messaggio su Whatsapp ma voglio finire di scrivere questa cosa che ho in mente.

Allora: c’è chi, quando sente parlare di covid-19, invita piuttosto a preoccuparsi del cambiamento climatico. Inutile provocazione. Di fronte a numeri così importanti di persone malate e di morti, lo scetticismo del benaltrista è fuori luogo. Ma è altrettanto vero che la tragedia di questi mesi è una conseguenza di uno sviluppo che non ha avuto rispetto per il progresso. Emergenze simili potrebbero accadere – se non sono già accadute – in campo ambientale o umanitario: le politiche economiche sono all’origine di gran parte di quello che ci sta facendo soffrire. E di cui ormai abbiamo davvero paura. Finalmente.

I want you to panic. Greta Thurnberg

I mercati bagnati cinesi sono spazi dei poveri e lo stesso si può dire di un’alimentazione fatta di animali di scarto e della promiscuità tra di essi e le persone. Poveri che sono forza lavoro ammassata in metropoli di cui ignoriamo il nome fino al giorno in cui diventano il centro di un mondo che muore. C’era una bella mostra al festival di Cortona di quest’anno sulle nuove città cinesi: megalopoli anonime abbellite artificialmente da alberi piantati a schiera, dormitori di persone che contano solo per l’essere forza lavoro. “Le società non investono più in cose che contano, ma costruiscono muri, eserciti, forze di polizia segrete, sorvegliano i propri cittadini e così via. E se pensi che io stia esagerando, fai il favore e dai un’occhiata all’America.” I post di Umair Haque ricordano che chi è ricco danneggia anche la propria qualità di vita e la possibilità di poter godere di un’esistenza migliore: di questo passo, “niente cure per il cancro, nessuna frontiera da scoprire, nessuna grande innovazione.” [1]

Nei paesi più ricchi non sono solo i poveri a stare meglio ma anche i più ricchi. Richard Wilkinson [2]

“Non è una punizione divina” ha scritto Laurie Penny su Wired. [3] “Le epidemie non stanno cercando di punire nessuno.  Lo stiamo facendo da soli” [3] con il modello economico e politico che abbiamo scelto per il mondo nel quale viviamo male: “L’epidemia di coronavirus – ha scritto pochi giorni fa l’economista Mario Pianta – ha reso concreti i costi, anche economici, provocati dall’assenza di regole globali sulla tutela della salute – dai mercati di animali vivi in Cina alla capacità di individuare rapidamente un’epidemia – e di sistemi sanitari e di welfare sviluppati in tutti i paesi. Lo stesso problema si prospetta per i molti disastri ambientali – presenti e futuri – provocati dal cambiamento climatico e dalle resistenze al cambiamento nelle politiche e nelle decisioni delle imprese.“ [4]

“Il coronavirus è uno stress test per la specie. È una prova della nostra capacità di far fronte a catastrofi su scala planetaria e questa volta probabilmente stiamo per farcela”: da Los Angeles, Laurie Penny è ottimista, anche se prosegue così: “Quasi. Non a pieni voti, soprattutto considerando quanto tempo ci è voluto per chiudere gli aeroporti e non senza molto dolore, stress e perdite, ma quest’anno la civiltà non sta per crollare. Le reti di mutuo soccorso si stanno replicando furiosamente su piattaforme di social media animate e sovraccariche.  I vicini che non si sono mai scambiati più di qualche frase si chiedono a vicenda come stanno e di cosa hanno bisogno e, a volte, imbarazzati, si domandano pure come si chiamano. Sarà terribile, ma poi finirà, e quando lo farà, avremo costruito la nostra resistenza.” Magari fosse così.

Mario Pianta la pensa diversamente: “Una politica all’altezza di questi problemi mondiali dovrebbe riscrivere radicalmente le regole della globalizzazione. La protezione della salute, del welfare, del lavoro e dell’ambiente dev’essere assicurata da standard internazionali, vincolanti per gli accordi di liberalizzazione dei flussi di capitali e di merci. Le proposte politiche condivise avanzate dall’Organizzazione mondiale della sanità, dall’Organizzazione internazionale del lavoro, dalle conferenze sul cambiamento climatico devono acquisire una nuova priorità politica e ottenere le risorse necessarie. Gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, sottoscritti da tutti i governi, offrono un quadro ulteriore in cui collocare tali priorità.” Questa può essere una conclusione.

Ah, il messaggio dell’inizio: “Ho lasciato sul pianerottolo una crema di zucca alla radice di cumino.” Apro e c’è un barattolo di vetro poggiato in terra. Che gentile Rita, la tipa del piano di sotto. E il suo compagno pure. Coso, come si chiama…

  1. Haque U. (How) We need to fix the world. Medium 2020; 11 marzo.
  2. Ambrosino F. Non si vive meglio negli Stati più ricchi ma in quelli più egualitari. Senti chi parla 2020; 20 novembre.
  3. Pennie L. Panic, pandemic, and the body politic. Wired 2010; 14 marzo.
  4. Pianta M. Le conseguenze econimiche del coronavirus. Sbilanziamoci 2020; 13 marzo.

La foto in alto è di Daniel Garcia e si intitola Stock market. Flickr Creative Commons. La foto nel testo è di Marjut Mäntymaa e si intitola Market. Flickr Creative Commons. Grazie ai due autori.

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…