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Covid-19 e pronto soccorso vuoto

Nonostante la retorica della medicina come professione di servizio sia stata in buona misura ridimensionata negli ultimi anni, ancora oggi gran parte degli studenti che si iscrivono ad una facoltà di medicina e chirurgia riconosce e apprezza la forte connotazione di aiuto e di supporto alle persone insita nella propria scelta. Però già nel corso di laurea ragazze e ragazzi imparano a conoscere un sistema sanitario in cui i volumi – e non parliamo dei libri – hanno un’importanza spesso maggiore dei valori e nel quale lo spazio per stabilire una connessione con il malato è sempre più risicato. Fino a qualche anno fa si pensava che il deterioramento del rapporto medico-paziente fosse un problema per il malato, ma oggi sappiamo che la disconnessione tra la realtà e le aspettative del giovane clinico è una grande fonte di tensione, depressione e stress anche per il medico. (1)

Grande #Coronavirus. Dopo averci insegnato che le mani si lavano spesso e volentieri, ci lascia un altro insegnamento. Quando si sta male si sta a casa. È un peccato, un problema ma se si sta male si sta chiusi a casa. Punto. E siamo a due insegnamenti. Salvo Di Grazia, Twitter 28.02.2020

Prevenire il ricorso inappropriato al DEA è particolarmente difficile “a causa dell’ambiente frenetico, dei vincoli imposti dai tempi e del crescente utilizzo delle cure di emergenza”, leggiamo in un articolo uscito la vigilia del natale 2019 in una rivista del gruppo del BMJ. (2) “I medici di medicina d’urgenza sono spesso sotto pressione per valutare chi giunge in accettazione, anche se l’eventualità che i disturbi presentati espongano la persona ad un rischio di vita è rara. Inoltre, in genere il medico ha poco tempo per farsi carico dei pazienti che arrivano al DEA lamentando disturbi derivanti da condizioni croniche non trattate o da bisogni sociali che il sistema di welfare non è stato in grado di soddisfare. (…) Cercando di riuscire nel tentativo impossibile di non perdere mai un singolo caso tra quelli che presentano una diagnosi che mette a rischio la vita, finiamo paradossalmente per causare un sacco di danni ai cittadini prescrivendo un mucchio di esami e contribuendo così all’insostenibilità dell’assistenza sanitaria.

Alcuni problemi sono enormi e richiederebbero decenni per essere risolti – ammettono gli autori – ma i micro-cambiamenti nella nostra pratica quotidiana – ascoltare di più, prescrivere in modo più ponderato – sono oggi possibili. “Un paziente alla volta, un turno alla volta, un DEA, un ospedale e una comunità alla volta, noi medici dobbiamo contribuire a guidare il cambiamento.” I dipartimenti di emergenza e accettazione (DEA) sono uno dei setting a più alto rischio di burn-out e nelle prime settimane di crisi sanitaria dovuta al diffondersi del covid-19 sono stati tra i luoghi della cura a cui è stato chiesto un maggiore sforzo. Ma, oggi, in alcune realtà italiane qualcosa è cambiato e una testimonianza arriva dal medico del servizio sanitario nazionale che cura il blog nessunodicelibera.

“Esiste un indubbio vantaggio nella follia di questi giorni disgraziati, ovvero che in ospedale, almeno in quelli piccoli come il mio (immagino che in quelli con i pazienti positivi il clima sia un po’ più teso), si lavora benissimo. La routine non ha subito nessun rallentamento, gli ambulatori e le sale operatorie lavorano come sempre, ma l’ospedale non è sovraccarico di confusione come al solito. Ci sono i malati, gli stretti parenti con accesso limitato ai reparti e solo chi ha davvero bisogno di noi varca la porta. Il Pronto Soccorso è aperto come sempre, ma i codici bianchi e verdi sembrano spariti, nessuno che si presenti più alle 2 del mattino per un dito dolorante schiacciato nel cassetto 15 giorni prima, nessun assembramento di parenti (5-6-10!) per ogni degente, nessuna muraglia umana davanti alla Rianimazione, quando è noto che solo 2 persone al giorno possano entrare, ma, ugualmente, “Dottoressa, solo 10 minuti, ma mio nipote è venuto da Avellino per poter veder la prozia, ecc…”. Nessuno che gridi allo scandalo e alla malasanità, nessuno che ci prenda per il bavero, perché convinto di aver subito un’ingiustizia.”

E ancora: “Solo che noi siamo sempre gli stessi della scorsa settimana e dubito che le nostre competenze, in soli 7 giorni, siano cambiate di molto, quelli che sono cambiati siete voi, voi e la vostra percezione, voi e il vostro atteggiamento. Credo di non essere mai stata ascoltata con tanto rispetto e fiducia come durante l’ambulatorio di oggi, pazienti silenziosi ed educati, che non si perdevano in mille chiacchiere e manierismi, ma che andavano dritti al punto, attenti nell’ascoltare e puntuali nelle risposte, solo perché avevano fretta di andarsene da lì, concentrati e cortesi. Ci voleva un’epidemia contagiosissima di un virus proveniente da un paese misterioso per resettare gli equilibri e riportare i ruoli e le competenze nel loro giusto ordine, un po’ come quando si fa trasloco e si mette a soqquadro la casa e, finalmente, nel posto che mai avresti pensato, ritrovi quel braccialetto, o quel fascio di fotografie preziose che ti aveva addolorato aver perso.”

La risposta all’attuale emergenza rende necessario un cambiamento dei comportamenti oltre che specifici interventi sanitari (3): ma sarà possibile conservare un approccio ai servizi più razionale? Il peso sanitario di questo inverno potrà trasformarsi in un momento di apprendimento? “Chissà se quando tutto questo sarà passato vi ricorderete di quanto sia stato abusato questo nostro povero SSN (sì, nazionale, perché tutta questa situazione sta gravando esclusivamente sulle strutture statali e non private), di quanto fango, di quante inutili illazioni e denunce e idiozie siano state dette inutilmente.”

Non siamo abituati al pronto soccorso deserto: è un’altra delle stranianti novità di questo inverno. Salvo Fedele scrive su Facebook: “Gli italiani hanno dimostrato in questi giorni di prendere sul serio la necessità di rispettare il SSN nel suo complesso. I dati sull’accesso ai PS come agli ambulatori dei medici lo dimostrano senza dubbio alcuno. Ma è una risposta che deriva dall’alto senso civico individuale o è soltanto una risposta governata dalla paura momentanea? Non è un quesito banale cui rispondere. La domanda che mi faccio è infatti: quanto durerà?“

C’è un mondo di cose dietro alle possibili risposte.

  1. Garber J. Top ten recommendations for right care in emergency medicine. Lown Institute 2020, 8 gennaio.
  2. Dorsett M, Cooper RJ, Taira BR, et al. Bringing value, balance and humanity to the emergency department: The Right Care Top 10 for emergency medicineEmergency Medicine Journal. Published Online First: 24 December 2019. doi: 10.1136/emermed-2019-209031
  3. Michie S, et al. Behavioral science must be at the heart of the public health response to covid-19. BMJ blogs 2020;8 febbraio.

La fotografia in alto è di Tom Bullock e si intitola Stop everything (Flickr Creative Commons). Grazie all’autore!

Comments

1 Comment

Antonio

non è forse che gli utenti dovrebbero essere responsabilizzati, anche con un contributo economico minimo, simbolico ma per tutti, senza eccezione?…


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Luca De Fiore

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