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La cultura allunga la vita?

Coltivare la passione per l’arte potrebbe allungare la vita. Questi i risultati di uno studio pubblicato sul BMJ che ha studiato l’associazione tra la partecipazione ad attività culturali e la sopravvivenza. (1)

Gli autori hanno analizzato la relazione tra coinvolgimento in attività culturali e mortalità in un periodo di follow-up di 14 anni in un campione rappresentativo di adulti di età uguale o superiore a 50 anni. I risultati hanno mostrato una relazione dose-risposta: il rischio di morire in qualsiasi momento durante il periodo di follow-up tra le persone che si dedicavano ad attività culturali anche rararamente (una o due volte l’anno) era minore del 14% rispetto a chi stava lontano da mostre e gallerie; in chi invece le frequentava abitualmente il rischio di morte era inferiore del 31%.

Rilanciata dal New York Times anche sui social media, la notizia ha suscitato commenti sarcastici: “Aspettiamo lo studio che mostri l’associazione tra il possedere un appartamento di lusso e una vita più felice”, ha commentato qualcuno. In effetti, l’associazione messa a fuoco dallo studio del BMJ è in buona parte attribuibile alle differenze di status socioeconomico tra coloro che possono coltivare passioni culturali e chi invece non può permetterselo.(2, 3) Esiste una letteratura abbastanza vasta anche sull’associazione tra l’impegno sociale e civile e il rischio di morte. (4) Tuttavia, Fancourt e Steptoe hanno prestato la massima cura a ridurre ogni possibile distorsione riconducibile ai fattori di confondimento legati al reddito, al genere, all’appartenenza ad una particolare area geografica. Questo li porta a concludere che dedicarsi ad attività culturali può contribuire a prevenire i disturbi dell’umore e il decadimento cognitivo. Allo stesso tempo, l’impegno artistico può essere un elemento chiave per la costruzione del capitale sociale, migliorando l’accesso delle persone alla conoscenza, aiutando a invecchiare in modo più sereno, aggiungendo significato alla vita, sostenendo la persona nei momenti di stress e migliorando la capacità di adattarsi positivamente alle circostanze della vita.

Arts and health are, and should be firmly recognised as being, integral to health, healthcare provision and healthcare environments. Sir Nigel Crisp

Il rischio di vedere una relazione causale laddove c’è solo un’associazione esiste. Ma i risultati esposti dall’articolo uscito sul BMJ impongono comunque una riflessione, che riprenda – magari – quanto scriveva ormai molti anni or sono Richard Smith, che della rivista della British medical association è stato a lungo direttore.(5) “Il governo britannico – scriveva – spende circa 50 miliardi di sterline all’anno per l’assistenza sanitaria e 300 milioni di sterline a sostegno delle arti. La mia tesi è che dirottare lo 0,5% del budget sanitario verso l’arte migliorerebbe la salute delle persone in Gran Bretagna. Una tale mossa sarebbe ovviamente altamente impopolare. Alla domanda se un aumento finanziato dalle tasse della spesa sanitaria sarebbe positivo per il Paese nel suo insieme, il 74% delle persone afferma di sì mentre solo il 7% sarebbe favorevole ad un aumento della spesa per la cultura e l’arte. Il primo problema nell’avanzare una proposta così impopolare è definire la salute – sosteneva Smith. Deve essere più che ‘l’assenza di malattia’, nonostante questa sia la definizione utilizzata da quelli che erroneamente sono indicati come ‘servizi sanitari’. Tale definizione è inadeguata non solo per la sua ristrettezza e per l’impostazione negativa, ma anche perché la stessa ‘malattia’ è difficile da definire. La definizione di salute dell’Organizzazione mondiale della sanità in termini di completo benessere fisico, mentale e sociale provoca comprensibilmente un’alzata di sopracciglia. La salute umana non può avere nulla a che fare con la perfezione. Siamo creature altamente imperfette. Ma la definizione dell’OMS riconosce che nella salute c’è molto più del benessere fisico e dell’assenza di dolore. In realtà, gli aspetti organici della salute possono essere i meno importanti. È possibile essere gravemente disabile, sofferenti, prossimi alla morte e in un certo senso ‘sani’? Credo di sì. La salute ha a che fare con l’adattamento e l’accettazione. Ci ammaleremo, vedremo ridotta la nostra funzionalità e moriremo. La salute non ha a che fare con l’evitare questi passaggi, ma con l’accettazione di essi, anche dando loro un significato. Il compito centrale della vita, credevano le persone nel medioevo, è prepararsi alla morte.”

Investire nella cultura e smettere di buttar via soldi per prestazioni sanitarie e tecnologie inutili. Soprattutto, ridurre la medicalizzazione del quotidiano: “Sempre più processi e difficoltà della vita – nascita, morte, sessualità, invecchiamento, infelicità, stanchezza, solitudine, imperfezioni percepite nei nostri corpi – vengono sottoposte a medicalizzazione. La medicina non può risolvere questi problemi. A volte può aiutare, ma spesso a costi notevoli. Le persone sono trasformate in pazienti. Lo stigma prolifera. Si spende tanto denaro. I trattamenti possono determinare effetti dannosi e deturpanti. Peggio ancora, le terapie distolgono le persone da quelli che potrebbero essere modi molto migliori per consentire loro di adattarsi ai problemi di salute.”

Mentre si approvano farmaci con procedure accelerate e sulla base di pochi o “singoli” studi poco rigorosi che promettono pochi giorni di sopravvivenza supplementare, il Multiannual financial framework dell’Unione europea prospetta un taglio del 20% ai finanziamenti per la cultura. Prima di votarlo, non sarebbe male dare un’occhiata alla scoping review che una delle due autrici dello studio uscito sul BMJ – Daisy Fancourt – insieme con Saoirse Finn ha preparato per l’Organizzazione mondiale della sanità (6). Quasi mille riferimenti bibliografici a supporto di evidenze ragionevolmente sicure: nell’ambito della prevenzione e della promozione della salute, l’arte può influire positivamente sui determinanti sociali della salute sostenendo la crescita del bambino, incoraggiando comportamenti positivi, aiutando a prevenire malattie e sostenendo il lavoro dei caregiver. Parlando invece di gestione e cura di specifiche malattie, l’arte può aiutare a fare esperienza e a conoscere il disagio psichico, dare un supporto alla cura di chi è gravemente malato, aiutare le persone che soffrono di malattie neurologiche, sostenere l’assistenza alle malattie croniche e al fine vita.

Sebbene le evidenze (come sempre) siano di differente robustezza, esistono prove sufficienti a sostegno della relazione tra la salute e il godimento di attività culturali. Fossimo meno miopi, noi italiani dovremmo approfittarne.

  1. Fancourt D, Steptoe A. The art of life and death: 14 year follow-up analyses of associations between arts engagement and mortality in the English Longitudinal Study of Ageing. BMJ 2019; 367 :l6377
  2. Konlaan BB, Bygren LO, Johansson SE. Visiting the cinema, concerts, museums or art exhibitions as determinant of survival: a Swedish fourteen-year cohort follow-up. Scand J Public Health 2000;28:174-8.
  3. Fancourt D, Steptoe A. Cultural engagement predicts changes in cognitive function in older adults over a 10 year period: findings from the English Longitudinal Study of Ageing. Sci Rep 2018;8:10226.
  4. Holt-Lunstad J, Smith TB, Layton JB. Social relationships and mortality risk: a meta-analytic review. PLoS Med 2010;7:e1000316.
  5. Smith R. In search of “non-disease.” BMJ 2002; 324: 883–5.
  6. Fancourt D, Finn S. What is the evidence on the role of the arts in improving health and well-being? A scoping review. Copenhagen: WHO Regional Office for Europe; 2019 (Health Evidence Network (HEN) synthesis report 67).
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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…