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È meglio un ministro politico

La nomina di Roberto Speranza a ministro della salute ha colto di sorpresa. Ci si aspettava la conferma di Giulia Grillo e, chissà, una personalità esperta come Vasco Errani – di area Liberi e uguali – al governo degli affari regionali, ma qualcosa non deve aver funzionato.

Nonostante abbia quarant’anni, Speranza ha svolto diversi ruoli fino ad oggi: ha provato a rimettere in piedi la Sinistra giovanile e il partito democratico in Basilicata, fino a lasciare il Pd in polemica con Renzi, fondando Articolo 1 insieme a Scotto, Enrico Rossi e Bersani. Speranza ha dunque fatto politica, sul territorio e in Parlamento.

Ci si chiede oggi se sarebbe stato meglio un ministro o una ministra della salute “tecnico”, vale a dire medico, infermiere/a o farmacista per esempio. Magari la conferma della stessa Giulia Grillo. Tanti (tutti?) hanno anche la risposta, ovviamente affermativa: un ministro tecnico è più rassicurante, perché difficilmente si pone in contrasto con il potere esercitato dalle professioni sanitarie. A ben vedere (ma è una valutazione personale non basata su prove) le maggiori difficoltà sperimentate da Giulia Grillo sono state dovute soprattutto alla complessità di lavorare insieme ai ruoli apicali ministeriali o d’intesa – per non dire “in collaborazione” – con la dirigenza delle agenzie istituzionali o delle società scientifiche. Incertezze, attese anche eccessive e insoddisfazione hanno caratterizzato la fase che ha preceduto e seguito diversi atti di nomina da parte del ministro Grillo ed è probabile che ciò sia stato dovuto soprattutto a pressioni e condizionamenti subiti in qualità di medico, molto più che per il suo ruolo di politico.

Una persona con maggiore esperienza politica potrebbe avere più capacità di governo di una macchina complessa come la sanità, tema centrale nella relazione tra stato e regioni e ambito in cui possono determinarsi gravi tensioni tra istituzioni e cittadini. È possibile che la debolezza dell’area di riferimento politico del nuovo ministro non giochi a suo favore. Ma la competenza delle persone di riferimento di questa area culturale è di alto livello. Volendo immaginare l’indirizzo che potrebbe giungere da quello che Michele Bocci su Repubblica ha definito il ministro della salute più di sinistra della storia del nostro paese, si avrebbero pochi dubbi nel prevedere un’azione decisa a difesa del servizio sanitario pubblico, universalistico e “nazionale”.

Ecco: Se un’attività di “governo” andrà tempestivamente esercitata sarà quella utile a ridurre la spinta alla frammentazione del Ssn e alla ricerca di “soluzioni originali” differenti per ogni regione in base alle risorse a disposizione e alle inclinazioni politiche. Di sicuro servirebbe una guida forte, che potesse contare su alleanze solide a partire da quella con le federazioni dei principali ordini professionali, che già hanno dimostrato di essere dalla parte di una sanità pubblica rispettosa dei diritti dei cittadini. E che tragga vantaggio dal lavoro di ricerca e di valutazione degli enti e delle agenzie della sanità pubblica: dall’Istituto superiore di sanità all’Agenas e all’Aifa, rispettandone l’autonomia e l’indipendenza.

La foto in alto è di Kathy Drasky ed è (ovviamente) intitolata Hope (Flickr Creative Commons).

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…