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La cura che non cura

“Una nuova cura per il cancro al seno aumenta del 70% le possibilità di sopravvivenza delle donne giovani” titola uno dei media online più consultati d’Italia. Toni molto simili a quelli dell’articolo di uno dei grandi quotidiani del nostro paese. Le notizie giungono da Chicago, dove si sta svolgendo il congresso della associazione statunitense di oncologia: un programma ricchissimo di eventi, dibattiti e conferenze, ma a giudicare dai giornalisti italiani dei media più conosciuti sembra si discuta soltanto di nuovi, straordinari farmaci capaci “sconfiggere il cancro”. Questa sì che non è una novità.

Some words, such as “miracle” or “cure,” are nearly always inappropriately used—even by academics. Vinay Prasad, Cancernetwork

Il termine cura in medicina andrebbe usato con cautela, consapevolezza e prudenza, soprattutto a proposito di malattie oncologiche. Una survey rivolta a oncologi clinici ha mostrato che l’80% dei medici è esitante a usare questa parola e, comunque, quattro medici su dieci lo fanno solo a distanza di 6 o 10 anni da una diagnosi di cancro. Un medico su cinque non userebbe mai questa parola a conferma di come cura possa senz’altro figurare  tra i sette termini tabù che non dovrebbero mai essere usati in medicina[i]  nonostante molti sostengano, invece, che una parola così carica di speranza possa avere un’influenza positiva sull’esperienza di malattia e sull’auspicata guarigione del malato.

Qualche anno fa, Vinay Prasad è andato a rileggere gli articoli di oncologia pubblicati nel 2012 che hanno utilizzato cura nel campo del titolo, valutando il contesto in cui la parola era utilizzata e in particolare se gli autori avessero usato la parola con riferimento ad alcuni sottogruppi di pazienti lungo sopravviventi.[ii] Per ogni situazione (tipo di cancro, stadio/grado) in cui era stata utilizzata la parola, Prasad ha verificato in letteratura l’esistenza di casi documentati di guarigione. Ebbene,  quasi la metà degli articoli con cura nel titolo (14 su 29: 48%) ricorreva a questa espressione per situazioni attualmente considerate incurabili. Un terzo degli articoli, invece, utilizzava la parola a significare che a distanza di un tempo definito alcuni sottogruppi di pazienti avevano una sopravvivenza simile ai controlli sani.

A questo studio di Prasad, purtroppo non molto conosciuto e di conseguenza poco citato, si sono aggiunti negli ultimi anni altri lavori che hanno contribuito a completare un quadro caratterizzato da un ottimismo che, purtroppo, è molto spesso ingiustificato. Anche nella letteratura specialistica si usano termini che tradiscono la realtà dei fatti, probabilmente per attrarre l’attenzione dei lettori. Un maggiore rispetto del significato delle parole – nel caso specifico, una definizione più chiara e rigorosa di cura – aiuterebbe a ridurre l’ambiguità di significato del termine tra i professionisti sanitari migliorando la comunicazione tra di essi. Considerando l’attenzione prestata dai media a molti studi di ambito oncologico, una maggiore attenzione aiuterebbe i malati e i loro familiari a farsi un’idea più realistica dell’efficacia delle terapie, della prognosi, della sopravvivenza attesa.


[i] 7 Words (and more) You Shouldn’t Use in Medical News. http://www.healthnewsreview.org/toolkit/tips-for-understandingstudies/7-words-and-more-you-shouldnt-use-in-medical-news/. Accessed August 16, 2013

[ii] Prasad V. Use of the word “cure” in the oncology literature. American Journal of Hospice and Palliative Medicine. 2015 Aug;32(5):477-83.

Nella foto in alto: Craig Finlay, Chicago fog. Flickr Creative Commons.

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
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