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Il cambiamento al Consiglio superiore di sanità

All’indomani del disastro calcistico dei mondiali di Germania del 1974, l’Italia del pallone fu affidata a Fulvio Bernardini e c’era molta curiosità di conoscere le sue scelte, indicative di una filosofia di gioco. Il cambiamento fu immediato e evidente: 4 giocatori titolari di età inferiore ai 21 anni e 31 debuttanti nelle 8 partite giocate. Soprattutto, la scelta dei giocatori era funzionale a un’idea di gioco chiara a tutti gli appassionati: per giocare a calcio servivano i “piedi buoni” e la tecnica avrebbe dovuto prevalere sull’agonismo e sulle doti atletiche.

Il futuro è nella valorizzazione della ricerca. Giulia Grillo

Come da un nuovo allenatore della Nazionale, c’era chi si aspettava dalla nuova ministra della salute un cambiamento significativo nei criteri di nomina del Consiglio superiore di sanità, una specie di squadra azzurra della medicina italiana. In effetti, ad una prima lettura delle persone scelte  la discontinuità è evidente: su 30 nomi solo 3 sono di donne.

Per il resto, solo conferme:
– le professioni sanitarie non contano: riabilitatori, ostetriche, fisioterapisti, dietiste e compagnia bella non hanno competenze utili per il decision-making istituzionale;
– la medicina generale e la pediatria di libera scelta non sono in grado di svolgere una funzione consultiva e propositiva. L’assenza di referenti colpisce, soprattutto perché da anni si discute della necessità di integrare la ricerca clinica sperimentale (soprattutto i grandi trial controllati randomizzati) con rigorosi studi osservazionali e con progetti di ricerca qualitativa che non possono non prevedere il coinvolgimento della componente del servizio sanitario che si trova a maggiore contatto con i cittadini;
– una figura chiave nel percorso di ricerca come il bibliotecario e documentalista biomedico continua ad essere ignorata. Anche in questo caso è una mancanza sorprendente, essendo ormai tutti convinti che il primo passo prima di avviare un progetto di ricerca è la verifica sistematica delle prove disponibili riguardo il quesito di studio;
– lavorare per la sanità privata (e quindi essere fornitore della sanità italiana) non è considerato un elemento che può innescare conflitti di interesse: Ospedale pediatrico Bambino Gesù, Policlinico Gemelli, Humanitas, San Raffaele, Istituto Europeo di Oncologia vendono prestazioni al servizio sanitario nazionale ma i loro direttori scientifici possono suggerire al Governo della Sanità italiana dove e come fare ricerca.  Quindi, paradossalmente, potrebbero anche consigliare di non investire risorse negli ambiti che danno maggiore profitto agli enti da loro diretti.

Tra le curiosità, poi, possiamo aggiungere: essersi candidati a sperimentare il metodo Stamina oltreoceano “perché nuove terapie come il metodo Stamina possano approdare in clinica più velocemente” non intacca il prestigio di un ricercatore, così come è ininfluente per un farmacologo essere promotore della dieta dei colori che prevede che mangiare cose verdi protegga dal cancro e cucinarsi cibi rossi aiuti i fumatori (speriamo che nessuno lo racconti a John Ioannidis, altrimenti sai le risate).

Il messaggio chiaro e forte, però, è che – con la sola eccezione della salute mentale – la ricerca riguarda l’università e non il territorio. E’ questa la “filosofia di gioco” del ministero della salute. Nel “top assoluto per esclusivi meriti scientifici” non ci sono oncologi o cardiologi ospedalieri, come anche gli operatori di area critica e i dermatologi che hanno dimostrato di sapere creare delle straordinarie reti di ricerca, o gli epidemiologi oncologi che lavorano ai registri tumori e i dirigenti che mandano avanti aziende sanitarie che tutelano il diritto alla salute di milioni di cittadini.

Questi sono indubbiamente segnali di cambiamento rispetto allo spirito della Riforma sanitaria del 1978.

 

Comments

1 Comment

Vincenzo

Interessanti osservazioni: sulle donne (poche e diminuite), sulla prevalenza di Universitari (più del 70% Professori Ordinari o Associati; ma nel passato com’era?); sugli enti privati (più del 20% dei partecipanti); sulla rarità (o inesistenza) di compentenze non strettamente mediche. Ma una cosa: la dieta dei colori? Non sarà uno sbaglio di persona?


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Una malattia si definisce rara se colpisce meno di una persona su 2000. Sono 350 milioni le persone che convivono con scarse probabilità di cura, senza diagnosi, in una sfida continua. Un quadro delle malattie rare nel mondo e in Italia. Leggi l'arrticolo: forward.recentiprogressi.it/n… pic.twitter.com/9VE5WyfHpK

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
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