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Non c’è alcun conflitto di interessi

Il presidente eletto dell’American society of clinical oncology, Howard A. “Skip” Burris III, ha dichiarato di non avere conflitti di interesse in 50 articoli pubblicati negli ultimi anni, compresi alcuni lavori usciti sul New England Journal of Medicine. Eppure la consultazione della banca dati statunitense che registra i compensi avuti dai medici rivela che ha personalmente ricevuto 114 mila dollari da industrie per consulenze e conferenze e 8 milioni di dollari sono stati versati all’istituto da lui diretto.

Money is a very powerful influencer, and peoples’ opinion become subtly biased by that financial relationship.” Jeffrey R. Botkin

Robert J. Alpern, preside della facoltà di medicina dell’università di Yale, era nel comitato di direzione della Tricida, azienda che lavora al prodotto sperimentale per la terapia delle malattie renali croniche quando il Clinical Journal of the American society  of nephrology ha pubblicato i risultati di un trial a firma di Alpern con una dichiarazione di conflitti di interesse molto lacunosa: “Pensavo fosse sufficiente quello che ho scritto”, ha dichiarato.

“Non ho nulla da dichiarare” ha detto Carlos L. Arteaga, direttore dell’Harold C. Simmons Comprehensive cancer center di Dallas firmando un articolo – di nuovo sul NEJM – su un prodotto Novartis: in tre anni, Arteaga ha percepito 50 mila dollari da diverse industrie, compresi 14 mila dollari dall’azienda svizzera. “Una distrazione imperdonabile”, si è scusato successivamente.

“Non vale la pena andare a caccia dei conflitti di interesse”, dice Howard C. Bauchner, direttore del JAMA, perché “la maggior parte degli autori è onesta”.

Leggere le dichiarazioni riportate nel documento di Propublica sui conflitti di interesse della medicina accademica statunitense è illuminante. (1) La trasparenza sui finanziamenti della ricerca (e sui meccanismi della comunicazione scientifica) non è una priorità per nessuno: non per i clinici che presiedono le società scientifiche, non per i ricercatori che – se non fosse per l’industria – non avrebbero denaro per fare ricerca, non per le case editrici – il cui business si regge sugli investimenti industriali –  e per gli editor delle riviste – che altrimenti perderebbero il lavoro o non potrebbero contare su uno staff così numeroso. Gli interessi in gioco sono troppo alti, la sanità è un piatto straordinariamente ricco e nessuno si sente di dichiarare che gran parte di ciò che appare è finto, costruito, gonfiato oppure – tout court – basato sul nulla.

La spesa farmaceutica, i costi della diagnostica, gli screening che producono malati, i robot che operano aumentando la mortalità, la terapia protonica senza prove di efficacia che le Regioni vendono ai cittadini come una conquista: al tavolo della medicina industriale siedono la politica e l’economia.

Dov’è il conflitto?

 

  1. Ornstein C, Thomas K. Prominent doctors aren’t disclosing their industry ties in medical journal studies. And journals are doing littele to enforce their rules. Propublica and The New York Times 2018; published December 8th.

 

In alto, la foto è tratta da Flickr Creative Commons, The Falcondale.

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Are we wasting time and money producing systematic reviews based on published papers? Yes, Tom Jefferson answered to an Italian healthcare media quotidianosanita.it/scienza-e… @QSanit pic.twitter.com/VGv6QE8Cmb

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…