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Le scorciatoie dell’imaging

In una vecchia scrivania ritrovo un diario di mio padre. 16 maggio del 1969, lavorava al progetto di una rivista che si sarebbe poi intitolata Medicina illustrata: “Ci credo molto, anche se costa troppo”. Le immagini erano un lusso per gli editori. Gli autori che le volevano nei loro articoli dovevano pagarne il costo perché trasferire fotografie o radiografie sulla carta dei giornali era una roba lunga, da artigiani.

L’idea di Medicina illustrata era nata dal lavoro di uno scozzese, Robin Callander. Bravissimo a disegnare e arruolato a 20 anni nel 1942 nell’aviazione inglese, fu iniziato alla fotografia per ragioni di guerra. Dopo il 1945, studiò Fisioterapia finché le sue doti di disegnatore non gli valsero un contratto di collaborazione all’università di Glasgow. A partire dai primi anni Sessanta, si dedicò alla produzione di una serie di manuali di medicina, completamente illustrati dai suoi disegni. Il primo, Fisiologia illustrata, fu un successo planetario. Ogni pagina era concepita come un elemento a sé, in un equilibrio perfetto tra le immagini e i testi, tutti scritti a mano da Callander stesso. Ogni illustrazione era tanto preziosa quanto il tempo necessario a concepirla e a completarla.

Le immagini non mostravano la malattia ma spiegavano i meccanismi che la determinavano. Forse era per questo che erano così utili. La lavorazione a quei libri  durava mesi, talvolta anni.

Da quando la collana curata da Callander per la casa editrice Longman non esiste più l’illustrazione medica è passata di moda: da tempo, nulla – o quasi – è disegnato. Si ricorre talmente di frequente alle metodiche di imaging che i Centers for Medicare and Medicaid Services sono così preoccupati da aver previsto che qualsiasi prescrizione debba essere legata a precisi criteri di appropriatezza. Il timore maggiore è per l’impatto ambientale ma anche dal punto di vista degli esiti clinici non sempre “vedere” qualcosa aiuta a risolvere meglio, o prima, il problema.

Dramatic pictures make clinicians (and patients) more likely to want to “do something” instead of considering a more conservative therapy. Rita Redberg

Ne è convinta Rita Redberg, direttore del JAMA Internal Medicine.  (1) “E’ più probabile che di fronte a immagini di alto impatto sia il medico sia il paziente decidano di fare qualcosa piuttosto che seguire un percorso più conservativo”. Lo “oculostentotic reflex” è quello del cardiologo che di fronte ad un’angiografia coronarica che mostra una stenosi pensa immediatamente ad impiantare uno stent anche se il malato è asintomatico.

The researchers called it “low-value care.” But, really, it was no-value care. Atul Gawande

Assistenza di poco valore o del tutto priva di valore? Questione di sfumature. Fatto sta che se hai un mal di testa ricorrente è sicuro che prima o poi ti tocca un EEG e se il mal di schiena non ti passa finisci nel tubo della risonanza. E’ un’epidemia di immagini: “come medico – dice Gawande (2) – sono meno preoccupato del non fare abbastanza piuttosto che del voler fare troppo”.

Immagini: un tempo aiutavano a ragionare mentre oggi illudono si possa farne a meno. Erano legate a tempi lunghi e oggi alla rapidità. E da lusso per gli editori sono diventate un lusso per il servizio sanitario. Quindi, per tutti noi.

 

  1. Redberg RF. Overpowering Images. JAMA Intern Med 2016;176(1):17.
  2. Gawande A. Overkill. Newyorker 2015; 11 maggio. http://www.newyorker.com/magazine/2015/05/11/overkill-atul-gawande – Ultimo accesso 16 gennaio 2016.

 

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
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