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Cure fast o slow: cosa ci riserva il 2016?

Si può provare disagio nel leggere la storia dei coniugi Mary e Richard Padzur sul New York Times. Mary è morta il 24 novembre per un carcinoma ovarico. Rick è stato per 16 anni chief oncology della Food and Drug Administration (FDA). Da quando la moglie si è ammalata di cancro le approvazioni dei nuovi medicinali oncologici sono state più rapide: in media, il tempo necessario allo staff di Padzur per la valutazione dei prodotti è sceso da 6 a 5 mesi. “Avverto un diverso senso di urgenza – ha dichiarato – e sono passato da un ruolo di regolatore ad uno di advocacy dell’agenzia regolatoria”.

Nei mesi finali della sua malattia, i medici della signora Padzur hanno anche tentato una terapia con un prodotto – Opdivo – non ancora prescrivibile per la sua patologia, fornito come trattamento compassionevole. Il marito non ha avuto un ruolo nel facilitare questa opportunità. La somministrazione non ha dato alcun giovamento ma, al contrario, le conseguenze sono state molto pesanti, con effetti collaterali che hanno fatto soffrire la paziente e probabilmente accelerato il suo ricovero in un hospice. Come scrive Gardiner Harris sul NYT, non solo di frequente i nuovi farmaci oncologici non si rivelano risolutivi, ma rischiano talvolta di aggravare le condizioni del malato, rendendo più dolorose le ultime settimane di vita. La FDA – osserva Sidney Wolf, fondatore con Ralph Nader del Public Citizen Health Research Group – non è mai stata così pronta come in questi anni nell’autorizzare nuovi medicinali, al punto che “molte decisioni sembrano guidate dall’industria col risultato di nuocere ai cittadini”.

La rapidità di approvazione dei nuovi farmaci – come anche di introduzione – purtroppo senza approvazione formale – di nuovi dispositivi medici è una delle più controverse novità degli ultimi mesi. Il confronto sulla questione – nella tensione irrisolta tra il “nuovo” e la “innovazione” – è molto interessante ed è probabile che continui nell’anno che si è appena aperto, soprattutto se grandi organi di comunicazione come il quotidiano di New York proseguiranno a informare i lettori in modo puntuale.

Quand il n’y a plus rien à faire, les médecins n’arrivent pas à prendre soin de nous tout en restant humain et à l’écoute. Atul Gawande in un’intervista a Le Nouvel Observateur

Per chi fosse interessato, ne abbiamo scritto per gli amici dell’Ordine dei medici di Torino:

  • Farmaci: sempre più in fretta – Nonostante mai come oggi la FDA approvi rapidamente i nuovi farmaci, una nuova proposta di legge chiede di rendere ancora più veloce il percorso: quali garanzie di sicurezza saranno previste per i malati?
  • Innovazione: questione di marketing o di visione? – Innovare dovrebbe significare cambiare in meglio e per indirizzare verso questo obiettivo devono contare più i valori e le aspettative dei pazienti e dei loro familiari che gli obiettivi commerciali delle industrie.
  • Il nuovo che non innova: le politiche della ricerca clinica e le strategie di sviluppo dei nuovi farmaci devono cambiare.

Si può provare disagio nel leggere l’intervista rilasciata da Atul Gawande a Le Nouvel Observateur. L’autore di Being mortal sembra scusarsi che, da medico, è giunto alla maturità professionale ancora impreparato nella capacità di ascoltare il malato, di comprendere le sue necessità sapendo interpretare la sua richiesta di aiuto. In troppi casi la qualità di vita della persona sofferente peggiora con il prolungarsi di “cure” chemioterapiche o di altri tipo laddove trarrebbe invece benefici da una palliazione che non pretendesse di sovvertire il corso della malattia.

“Al termine della propria vita, la persona ha altri obiettivi che la propria sopravvivenza”, ha scritto in un tweet Gawande il 3 gennaio 2016. Sarebbe bello se il pensiero dei malati, dei medici, delle industrie e delle agenzie regolatrici si allineasse, almeno un poco, su questa lunghezza d’onda…

[in alto, un fotogramma del film Amour, di Michael Haneke].

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…