Press enter to see results or esc to cancel.

I rituali della nostra vita

“E quindi?” avevo chiesto’ “I guess we’ll have to wait until 2050 to find out the quindi.” La risposta di Jacqueline chiariva che, in fin dei conti, era un’inquietudine relativa: come può esserla una cosa che ti sembra così lontana che potresti tranquillamente pensare che non ti riguarderà direttamente. Nel 2050 – mancano 35 anni – il numero di fedeli musulmani sarà uguale a quello dei fedeli cristiani. (qui la fonte) E poi, a dirla tutta, sono soldato di Dio. Quindi?

E quindi ho fatto il chierichetto. Ma non ero uno qualsiasi: se fosse esistita una classifica dei chierichetti sarei stato tra i primi d’Europa e, quindi, del mondo. Giocavo – ehm … lavoravo, non so… – in una chiesa piccola ma di prestigio. Una cappella costruita sopra ad antiche catacombe romane. Come Messi al Camp Nou, l’armadio della sacrestia custodiva la mia divisa, fatta su misura, a righe rosse e bianche. Righe larghe, come quelle della maglia del Lanerossi Vicenza che Cinesinho e Menti indossavano in quegli anni. Giocavo tutto l’anno, con grande costanza e serietà. Giocavo alla domenica, affidandomi agli automatismi che avevo imparato dai più grandi, senza che nessuno mi avesse insegnato nulla. La vestizione, con la discrezione indispensabile per non essere di disturbo al sacerdote. L’inchino alla croce nell’uscire dalla sacrestia. L’abitudine a tenere tutto sotto controllo: dalla disponibilità dei libri sacri alla tempestività nel porgere le ampolle con acqua e vino. Mai un sorriso, mai una lacrima, mai un’incertezza. Se fosse esistita una classifica dei chierichetti come esiste quella degli arbitri di calcio, sarei stato un “internazionale” al punto di dirigere la finale dei Mondiali.

I “Mondiali” si svolgevano ogni anno ed erano la settimana santa. Mondiali brevi e infiniti. Le funzioni pomeridiane iniziavano al mercoledì per concludersi il venerdì sera prima della tregua dei Sepolcri del sabato. La fila delle signore anziane a chinarsi a baciare i piedi del crocifisso in bronzo. I canti delle suore sugli scranni del coro, sempre uguali da secoli, canti e suore, temo. La benedizione dell’olio catecumenale. La lettura della Passione a più voci, fino ad avere per te quella del narratore. La gravità un po’ teatrale del gesto dell’officiante di stendersi di fronte al Cristo, prostrandosi sul marmo decorato del pavimento. Tutto identico, un anno dopo l’altro: le stesse parole del sacerdote, gli stessi volti, solo via via più segnati dalla stanchezza, dagli anni e dal dolore. Il sabato, al mattino la visita al “sepolcro” nell’aria irrespirabile per le calle bianche. La sera, dopo la celebrazione della messa della vigilia e la benedizione del cero pasquale, mentre la famiglia andava a casa attesa da una cena non banale, al chierichetto era offerto un sovrappiù di privilegio – o di sacrificio: cenare a tu per tu col cardinale nella sala dell’oratorio del monastero. Seduti ai due capi del lungo tavolo di legno, un settantenne logorroico e un ragazzino muto erano serviti dalle suore ormai in festa, messa alle spalle l’angoscia della settimana di passione. Uova sode e quella corallina coi pezzi grandi di lardo che non potevi neanche scansare. Ultimo atto, la domenica. Una passeggiata, considerato come ci eri arrivato, a quella festa di Pasqua.

Di tutto questo, la memoria rilancia consistenze e odori. Il tessuto della tunica: lana grezza, secca, per un vestito assurdo e parecchio ridicolo fatto seguendo il modello di quello indossato dall’orante dipinto trenta metri sotto in catacomba. E l’odore dell’incenso e dei legni della chiesa. Delle vesti delle suore e dei messali. Della cera delle candele e del vino dolce e acido usato nella liturgia. La lana della tunica appena più raffinata ma della stessa fatta della maglia della squadra ultima in classifica che pochi anni dopo avrei indossato direttamente sulla pelle e sempre di domenica. Stesso odore di umidità, di lana asciugata male e al chiuso. E di nuovo odore caratteristico, stavolta di spogliatoio, di compagni adolescenti e della pozzolana del terreno da gioco. L’odore di canfora, tè al limone e finalmente dei bagnoschiuma sotto l’acqua.

“Non esistono dubbi sul significato religioso di una partita di calcio”. Desmond Morris

Da bambini e da ragazzi ci si abbandona: ci si affida senza timore e anche i riti sono giochi di ruolo che possono infondere sicurezza. Nell’incertezza e nel non sapere, ci si fa portare dalla vita nei posti più strani. anche se – in qualche caso – più tardi potrai scoprire che non è quello che avresti voluto. O che è difficile capire quale destinazione o indirizzo ha avuto più valore tra quello di una chiesa o di un campo di periferia. Scrive Emmanuel Carrère nel Regno: “ciò a cui ti abbandoni – Colui a cui ti abbandoni – ti condurrà dove non volevi andare. (…) E io, ciò che volevo più di ogni altra cosa al mondo era proprio questo: essere condotto dove non volevo andare.”

Sarà comunque il percorso – a volerlo leggere – che sarà stato impagabile.

 

Comments

1 Comment

Lucio Patoia

Fantastico! Mi ha fatto annusare gli stessi odori, rivivere le atmosfere, rivedere le penombre di 50 anni fa, gli stessi sussurrii e le stesse malinconie. Rispetto ad allora è minore la speranza ma è più forte l’ostinata convinzione che «Moavimm’aspetta’, Ama… S’ha da aspetta’. Comme ha ditto o’ dottore? Ha da passa’ ‘a nuttata.»
Dovresti scrivere un racconto.


Leave a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Tweet

Attracco. Non mi attacco. (potrebbe essere la sintesi del ricercatore preda del publish or... publish). twitter.com/forwardrpm/sta…

Tag Cloud

Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…