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E’ sbagliato mettere fretta al malato

Spiegando la realtà clinica ai pazienti in modo troppo semplice, i medici rischiano di nuocere al malato? Se lo chiede Peter Ubel in un interessante articolo uscito su Forbes1.

Forse richiamandosi al famoso libro del premio Nobel Daniel Kahneman, Pensieri lenti e veloci2, l’editorialista del settimanale economico sostiene che la risposta a una sollecitazione intellettuale può arrivare istantaneamente o richiedere al contrario un’attesa più lunga: «When it comes to important medical decisions, it would seem that slower is usually better» sostiene Ubel. Dunque, quando è in gioco la salute, non andare di fretta può essere la scelta migliore. «A man deciding whether to treat his early Multiple Sclerosis with expensive and potentially toxic new drugs versus less expensive but potentially less effective ones – he should take the time to sort things out. A rush to judgment in these circumstances could have a large impact on people’s lives». L’esempio della sclerosi multipla è pertinente, dal momento che continuano a essere proposte sul mercato teoriche “innovazioni” di cui ancora non è noto il valore. Ma altri esempi potrebbero funzionare allo stesso modo, vuoi in ambito oncologico, vuoi parlando di malattie cardiovascolari.

We’re blind to our blindness. We have very little idea of how little we know. We’re not designed to know how little we know. Daniel Kahneman

La risposta è: il medico deve tenere in considerazione il tipo di problema che il malato si troverà ad affrontare e guidarlo verso la maniera più corretta per rispondere al decisivo interrogativo che gli si presenterà. La fretta – in poche parole – è una cattiva consigliera. «Good medical communication requires giving patients healthcare information in comprehensible form, while giving them the time to process this information», sostiene Ubel, così che qualsiasi informazione – a voce o per iscritto – dovrà essere semplice e comprensibile ma… non così tanto da indurre a sottovalutare la complessità del problema e della scelta conseguente. Un equilibrio difficile che dovrà anche trattenere il paziente dal rifugiarsi nella domanda fatidica: “Lei cosa farebbe al mio posto?”.

Tornando a Daniel Kahneman e agli studi che gli sono valsi il Nobel, c’è da sospettare che nei riguardi delle terapie teoricamente “innovative” si sia instaurato il cosiddetto optimistic bias ovvero la propensione all’ottimismo che lo psicologo statunitense ritiene essere la più importante distorsione che agisce a livello cognitivo. E’ possibile che, nel comunicare notizie non positive o dichiaratamente cattive, il medico sia portato a sottolineare l’utilità di alcune possibili scelte, tacendone i limiti e innescando eccessive aspettative nel malato. Viene così a determinarsi una sorta di “illusione del poter tenere sotto controllo un problema” che, beninteso, può avere anche effetti positivi nella misura in cui può favorire la resilienza e una migliore risposta ad una situazione di obiettiva difficoltà.

In un momento così importante come quello dell’assunzione di decisioni riguardo la propria salute, il medico dovrebbe prendersi il tempo necessario per spiegare le possibili alternative in modo esauriente e obiettivo, non tacendo le incertezze e non sottovalutando rischi e possibili danni che alcune terapie inevitabilmente comportano. Chiedere al paziente di prendere rapidamente una decisione è solo raramente giustificato ed espone il malato ad una maggiore probabilità di errore.

 

Bibliografia

1. Ubel P. Are patients harmed when physicians explain things too simply? Forbes, 5 marzo 2015.

2. Kahneman D. Pensieri lenti e veloci. Milano: Mondadori, 2013.

In alto: Olivia Parker. Heads II (from the series The Eye’s Mind), 2008

Comments

2 Comments

Lucio Patoia

D’ accordo su tutti i temi toccati nell’articolo tranne per uno, peraltro a mio avviso, di fondamentale importanza: c’è un vizio di fondo nell’assunzione di Forbes.

La stimolazione posta dalla comunicazione (etimologicamente intesa, il mettere in comune) di notizie mediche al paziente non è una stimolazione intellettuale, quantomeno nelle prime fasi. E’ una stimolazione per lo più emotiva (e solo in piccola misura intellettuale, almeno all’inizio); la questione è quindi molto più complessa del “prendere il giusto tempo per lasciare decidere il paziente con il minimo rischio di danno dovuto alla fretta”. Quello in cui cade il Forbes è un equivoco grave per i pazienti, fino ad arrivare a temere che il paziente faccia la domanda: “E lei dottore che farebbe al posto mio?”. Mostra infatti di ignorare quello che ognuno di noi sa bene, anche se non è coinvolto dalla malattia: il paziente non cerca tanto/non solo la guarigione da una malattia grave ma cerca anzitutto la possibilità di una relazione umana, la “condivisione delle cattive notizie”, cerca che il medico sia garanzia della non interruzione del flusso amoroso (o amicale che è una sua variante) di affetti, di gesti, di parole; quello che per tutti noi rende la vita degna di essere vissuta e che la malattia, fantasma di morte, mette a repentaglio.

E la domanda “E lei che farebbe al posto mio?” documenta proprio questo: “Dottore mi sia vicino, immagini per un attimo che lei sia al mio posto, che lei sia me”. Temere che il paziente faccia questa domanda (perché sarebbe una delega alla sua inevitabile e personale scelta?) significa temere o rifiutare di comunicare con il paziente ed essere tutt’al più disponibili ad informare.

Luca De Fiore

Grazie mille per il commento che chiarisce il senso e l’importanza della “empatia”, un sentimento centrale nella relazione tra la persona in cura e il suo medico. Tanto importante che si sostiene che anche un paziente più consapevole e informato potrebbe utilmente provare un sentimento di “empatia” nei confronti di chi si prende cura di lui, diventando più capace di comprendere i processi psichici dell’altro…


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