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Il medico può piangere?

È accettabile per un medico piangere di fronte a un paziente o ad un familiare? Bella domanda, che si affaccia soprattutto nella mente di specializzandi e giovani medici. Molto meno di frequente rimbalza sulle riviste scientifiche. Fortuna che c’è la rete, dove di cose come questa di discute. Anne Gulland, che gestisce il forum Doc2Doc del BMJ ha sollevato il problema lo scorso anno. Ammettendo che sì, si piange.

Se ne è tornato a parlare quando la fotografia del medico californiano in lacrime contro ad un muretto ha fatto il giro del mondo. Eppure, le lacrime sono poco professionali: “Even though humanity is the cornerstone of medicine, depersonalisation has somehow crept into the physician-patient relationship and crying is considered incompatible with the image of a good physician, who is supposed to be strong, confident and fully in charge. Thus, crying has been equated to weakness and at times, incompetence”, scrivevano Sonal Pruthi e Ashish Goel sull’Indian Journal of Medical Ethics. (1)

La fotografia del medico in ginocchio è stata ripresa da centinaia di organi di informazione e un post sul blog KevinMD ha sollevato 150 commenti in pochissimi giorni. Eccone uno tra i tanti: “When it comes to our work, nothing is harder — and I mean nothing — than telling a loved one that their family member is dead. Give me a bloody airway to intubate. Give me the heroin addict who needed IV access yesterday, but no one can get an IV. Give me the child with anaphylaxis. But don’t give me the unexpected death … We can only do so much, and we can only hope to do our best. But it’s that moment, when you stop resuscitation, and you look around, you look down at your shoes to make sure there’s no blood on them before talking with family, you put your coat back on and you take a deep breath, because you know that you have to tell a family that literally the worst thing imaginable has happened. And it’s in that moment that I feel. And I feel like the guy in this picture.”

Ancora. “Ieri è morto un mio paziente di 17 anni. Mi sono chiuso in bagno a piangere molte volte nella giornata. Ho pianto sulle scale e sui pianerottoli. La vita è una cosa molto fragile e il dolore di perdere qualcuno che stai provando ad aiutare è una ferita che non se ne va”. Un’altra testimonianza: “Una dottoressa del Pronto soccorso era in lacrime per la morte di un bambino e le hanno detto che stava tenendo un comportamento poco professionale. Ma a chi dava fastidio che lei piangesse? I medici veri piangono”.

It is not therapeutic for the patient, and it will cause “emotional burnout” in the doctor”. Hiram S. Cody III

Eppure, intervistato dal New York Times, un oncologo del Memorial Sloan Kettering Cancer Center ha risposto: “Non è terapeutico per il malato e può esaurire emotivamente il medico”. La stessa inchiesta del quotidiano americano forniva però dei numeri che sembrerebbero dimostrare che la realtà è un’altra: “At a recent meeting of the Society of General Internal Medicine, Dr. Anthony D. Sung of Harvard Medical School and colleagues reported that 69 percent of medical students and 74 percent of interns said they had cried at least once. As might be expected, more than twice as many women cried as men.”

Il medico si fa domande e tra le più radicali è quella che leggiamo in un post di nottidiguardia: “Come proteggersi da questa vulnerabilità? E come supportare questa donna, come starle accanto senza essere inadeguati?” La inadeguatezza è realmente nel pianto? O nel non sapersi mostrare partecipi? Il medico resiste e, per alcuni, è una questione di esperienza o, se vogliamo, di allenamento, come leggiamo sul blog della British Medical Association: “Years on, I wonder now if I have developed the ability to be less human. If non-doctors had to hear the heartache stories that I do, could they maintain a dry eye, a dry heart. I tell myself that I am acting in a thoroughly professional and detached way and that emotional involvement with patients’ suffering will have a detrimental effect on me.”

Ma i dubbi restano, se l’autore dell’articolo conclude: “Si può essere compassionevoli senza provare emozione?”

 

1. Pruthi S, Goel A. Doctors do cry. Indian journal of medical ethics 2014;11:4.

Comments

1 Comment

aLBERTO

Mi è capitato diverse volte di perdere dei pazienti. In particolare, in ospedale in Perù dove vado a fare il volontario da diversi anni,4 anni fa mi è morta una bambina di 10 mesi a seguito di una polmonite a ingestis, portata in ospedale dopo una settimana dopo l’episodio. Non mi sono nascosto in bagno, ho lasciato che le lacrime sgorgassero da sole e ho poi pensato se avevo fatto tutto ciò che era possibile per salvarle la vita. La risposta è stata sì. Altre volte si sono ripresentate lacrime, ma questo è empatia.


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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
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