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Se il dottore non sa l’inglese…

Qualcuno a Bruxelles manteneva la questione in sospeso perché una maggiore severità da parte della Gran Bretagna si pensava potesse condizionare la libera circolazione dei lavoratori all’interno dell’Unione europea. Ma, alla fine, a Londra si sono imposti: chi vorrà lavorare nel National Health Service (NHS) dovrà dimostrare di sapere l’inglese. Sul serio.  La regola non avrà valore soltanto per i medici, ma anche per gli infermieri, i farmacisti, gli odontoiatri. Per avere un’idea di quanto dovranno lavorare gli insegnanti di inglese per il servizio sanitario nazionale si pensi che il NHS ha assunto nell’ultimo anno quasi 6 mila infermieri stranieri e si prevede che i posti disponibili in area nursing siano circa 20 mila; più di 300 i medici assunti nei grandi ospedali, provenienti da 27 paesi compresi Siria, Iraq, Sudan e Australia; quasi 3.000 i medici formati all’estero che si sono registrati nel 2014 al General Medical Council.

La preoccupazione per le competenze linguistiche è aumentata dopo il caso del medico tedesco, Daniel Ubani, che nel corso di una sostituzione in medicina generale prescrisse al signor David Gray una dose letale – perché dieci volte superiore alla dose massima – di diamorfina (nome con cui l’eroina è disponibile solo in Inghilterra come farmaco analgesico impiegato nel dolore grave). L’inchiesta che era seguita aveva dimostrato che l’errore del medico era stato dovuto alle scadenti capacità linguistiche che avevano portato ad uno scambio di medicinali. Questo drammatico episodio ha innescato reazioni di tipo diverso, compreso un sentimento di ostilità nei confronti del personale sanitario straniero espresso, talvolta, con toni quasi razzisti: “‘It cannot be acceptable for poorly trained, badly regulated doctors whose knowledge of English is about as good as my knowledge of Chinese, to be able to practise, virtually unchallenged, in the UK” dichiarò al Guardian [1] Hamish Meldrum, presidente della British Medical Association. E più di recente anche il leader di destra Nigel Farage è tornato energicamente sull’argomento.

All doctors who practise medicine in the UK must have the necessary knowledge of English to communicate effectively so they do not put the safety of their patients at risk. Communicating includes speaking, reading, writing and listening. General Medical Council

È stato giustamente fatto osservare come, in casi del genere, ricercare le responsabilità individuali condiziona la possibilità di giungere a soluzioni di sistema che riducano la probabilità del ripetersi degli errori [2]. In questa ottica è opportuno chiedersi se il percorso formativo del medico europeo garantisca in maniera omogenea una competenza linguistica sufficiente per comunicare senza rischi con il paziente di altra nazionalità. In poche parole e per restare in casa nostra, il medico italiano sa bene l’inglese?

Possiamo immaginare la risposta vedendo quale sia il programma dei corsi universitari: “L’insegnamento dell’inglese mantiene alcuni obiettivi comuni a tutte le facoltà scientifiche che si sintetizzano nei classici reading, listening, writing, speaking, anche se su livelli non ben definiti. In pratica lo studente deve essere capace di decifrare manuali; deve comprendere e scrivere articoli e testi scientifici; deve poter partecipare attivamente a seminari e dibattiti in lingua inglese; infine, ma non è l’obiettivo principale, se si trova all’estero per motivi di studio deve raggiungere l’autonomia nella vita quotidiana, come saper ordinare da mangiare, chiedere indicazioni, organizzare spostamenti, ecc.” [3] Oltre al saper ordinare una Coca Cola, la conoscenza viene per lo più identificata nell’autonomia di lettura di documenti professionali e nella comunicazione tra pari e, solitamente, anche la formazione che punta a questo obiettivo segue dei percorsi molto tradizionali. Il primo passo, invece, sarebbe quello di provare in tutti i modi a non separare il miglioramento della conoscenza della lingua straniera dall’aggiornamento professionale nella propria disciplina. In apertura di un libro utile e originale, [4] Jacqueline Costa si rivolge così al suo lettore: “ricorda sempre che il tuo vero obiettivo è essere un professionista della sanità migliore. Per essere utile, per essere d’aiuto e per contare. Per fare la differenza”.

Il testo è costruito in maniera coinvolgente perché parte dalla presentazione di una selezione di articoli di riviste internazionali: uno per ogni tipologia di documento, così che oltre a fare esercizio di comprensione della lingua, chi legge possa anche chiudere il libro sapendo qualcosa di più su come sono costruite le riviste scientifiche.  A voler sintetizzare, studiare l’inglese per conoscerlo presuppone una riflessione sui contenuti di ciò che si è studiato oltre che sulla forma: il medico – giovane o meno giovane – deve svolgere la propria attività di critical appraisal pensando in inglese e non in italiano.

Ma Jacqueline Costa va oltre e invita a considerare “l’inglese come un mezzo di trasporto: lo usi per andare da qualche parte”. Lo sanno bene gli specializzandi e i giovani medici che si allontanano dal loro paese ma … “Communication proficiency is a core clinical skill in medicine. A physician performs 160,000 to 300,000 interviews during a lifetime career making the medical interview the most commonly performed procedure in clinical medicine” [5] e incomprensioni e incertezze possono costare caro al paziente così come al medico. A pensarci bene, non c’è neanche bisogno di andare eccessivamente lontano per sentire l’esigenza di una diversa competenza linguistica: ospedali e ambulatori sono sempre più frequentati da utenti stranieri che spesso non sono in grado di esprimersi compiutamente, soprattutto in condizioni di malattia. Ancora una volta, si sente la mancanza di una risposta di sistema che non cerchi soluzioni individuali a problemi complessi. Visitando i siti web delle aziende sanitarie della Regione Lazio scopriamo che nessuno prevede una versione in una lingua diversa dall’italiano. Solo nel caso della Azienda sanitaria Roma E è offerta una traduzione tramite Google Translate. Soprattutto colpisce sfogliare le pagine dedicate ai cittadini stranieri, sempre rigorosamente in italiano.

The doctor is in è anche il titolo di una trasmissione su Ave Maria Radio: converrà forse … “raccomandare l’anima a dio” di fronte ad un medico che non conosce bene la nostra lingua?

 

Riferimenti

[1] Boseley S. ‘Overseas doctors must speak good English’ The Guardian. 2010 28 June:http://www.guardian.co.uk/society/2010/jun/28/overseas-doctors-must-know-english?INTCMP=SRCH

[2] Simpson JM, Esmail A. The UK’s dysfunctional relationship with medical migrants: the Daniel Ubani case and reform of out-of-hours services. The British Journal of General Practice 2011;61(584):208-211. doi:10.3399/bjgp11X561230.

[3] Aronia R. Il ruolo dell’inglese nelle facoltà di medicina. Medic 2013;21:101-4.

[4] Costa J. The doctor is in. Capire l’inglese delle riviste scientifiche. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2010.

[5] Malau-Aduli, Bunmi S. “Exploring the experiences and coping strategies of international medical students.” BMC medical education 11.1 (2011): 40.

 

La foto in alto è di Jeff Sheldon. https://unsplash.com/ugmonk

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
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