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Il secolo breve di Archie Cochrane

“Un tipo noioso e dedito all’alcol”: così gli era sembrato essere Ernest Hemingway incontrandolo a Madrid nel gennaio del 1937, proprio in uno dei periodi più drammatici della guerra civile spagnola. Archibald Cochrane si era unito all’esercito repubblicano nell’estate dell’anno precedente, ma per comprendere la sua scelta è necessario fare qualche passo indietro.

Archie era nato il 12 gennaio 1909 a Galashiels, una cittadina al sud della Scozia, proprio sul bordo di un fiume dal nome emblematico: il Tweed. Forse anche per questo apparentemente trascurabile particolare, la sua era un’eleganza innata, non soltanto per il portamento atletico frutto di una pratica sportiva che andava dal rugby al tennis, dal football al golf, ma anche per l’attenzione ai dettagli: tra tutti i suoi compagni di college era il solo ad indossare biancheria intima da vero gentleman.

A Karl Popper at King’s at that time would have been an enormous advantage. Archibald Cochrane

L’infanzia di Cochrane fu violentemente segnata dalla morte del padre nella seconda battaglia di Gaza il 19 aprile del 1917. La desolazione che seguì questo tragico evento ebbe un’influenza decisiva nella maturazione di Archie. Da una parte, il benessere familiare diminuì rapidamente anche perché l’impresa di manifattura tessile del nonno e del bisnonno fu venduta. Dall’altra, alla morte del padre seguirono delle vicende che cambiarono profondamente la sua visione della vita: cresciuto in una famiglia calvinista, fece propria da adolescente una posizione agnostica che non lo lasciò nel resto dei suoi anni.  La morte precoce del fratello e la malattia della sorella potrebbero averlo spinto a studiare Medicina al King’s College di Cambridge dove, però, furono inizialmente ammirate soprattutto le sue doti di rugbista.  L’intervento per ricucire un doppio strappo muscolare lo costrinse a riposo: “I stopped rugby, acting, riding and golf, and concentrated on work and more social things. I think it was during this period that the main impact of Freud and Marx began to hit me, as it hit so many others of my generation. My only criticism of King’s was that there was no don who could really put these new ideas into proper perspective. A Karl Popper at King’s at that time would have been an enormous advantage but one cannot expect everything”.[1]

L’attrazione per la psicoanalisi era condivisa da molti intellettuali di quegli anni. Una delle motivazioni più urgenti che spinsero Cochrane in questa direzione fu un problema personale che non sentì mai di dover nascondere: pur provando desiderio, era incapace di eiaculare durante i rapporti sessuali. Affidò la soluzione della sua difficoltà a un famoso psicoanalista, Theodor Reik, conosciuto a Berlino attraverso un amico statunitense. Essendo ebreo, Reik decise di trasferirsi prima a Vienna nel 1933 e poi in Olanda e Cochrane lo seguì in entrambi i casi. “In comparison with other branches of medicine, psychoanalysis seemed to have a slight advantage: the analysts at least has ideas even if these lacked proof”. Come ha scritto Dick Cohen nel presentare il libro di memorie di Cochrane nel 1989 – un anno dopo la sua morte – l’attenzione di Archie per l’analisi delle opinioni altrui ricordava la dedizione con cui l’idraulico studia un tubo di gas dal quale sente ci sia una perdita: le prove, le evidenze, la ricerca di una conferma furono da sempre il suo obiettivo.

Non si può valutare l’opera di Archibald Cochrane senza porla in una prospettiva storicista o, anche, più direttamente “storica”: la sua vita ha attraversato quasi interamente il “secolo breve” vivendo in prima persona alcune delle suggestioni più affascinanti e delle esperienze più esaltanti. Senza mai perdere l’entusiasmo e il disincanto di uno sguardo ironico anche nel dramma della guerra che lo vide prigioniero in Grecia. Come già nella guerra di Spagna, Cochrane svolgeva il lavoro di medico: nel 1936-37 aveva la responsabilità del triage di pronto soccorso, dovendo decidere tra chi trascurare, chi trattare e chi avviare ad una morte con le minori sofferenze possibili. In Grecia, invece, era medico in centri di detenzione di prigionieri e svolgeva il proprio compito facilitato dalla conoscenza di molte lingue diverse, quelle dei paesi dove la vita lo aveva condotto negli anni precedenti.

Arrivò a Londra nel maggio del 1945. La casa ancora in piedi. Il primo pensiero per gli amici: trenta telefonata in una notte, senza alcuna risposta. Il giorno dopo: l’abbraccio con la sorella e la domanda del nipotino: “E tu chi sei?” Poi il comando all’ospedale militare di St Albans e i primi due articoli subito inviati al British Medical journal e al Lancet. Nel 1972 il libro: Effectiveness and efficiency. Random reflection on health services, frutto dell’invito del Nuffield Provincial Hospital Trusts a tenere una conferenza, la Rock Carling Lecture. Un libro e una conferenza in cambio di 1000 sterline. Difficile pensare ad un investimento migliore per il servizio sanitario britannico. Dentro quel centinaio di pagine c’è una vita personale e un secolo fatto di speranze, di guerre, di ideologie, di uomini e donne che hanno segnato il corso della storia. Il libro fu pubblicato in Italia nel 1978 nella collana “Medicina e potere” di Feltrinelli e con il titolo “L’inflazione medica”. Nel luglio del 1999, su sollecitazione di Stefano Cagliano e Alessandro Liberati, è stata pubblicata una nuova edizione con il titolo Efficienza ed efficacia, del tutto aderente all’originale.[2] Grazie alla cortesia di Maria Elena Coffano, fu possibile utilizzare la traduzione con cui il contenuto fu inizialmente presentato.

Ogni trattamento efficace deve essere gratuito. Archibald Cochrane

“Ogni trattamento efficace deve essere gratuito”, si legge al nono rigo del libro. Mentre scriveva, quel furbo di Archie probabilmente sapeva che un’affermazione del genere sarebbe andata a vantaggio – e non a danno – delle finanze pubbliche. Va misurata l’efficacia di qualsiasi atto medico e non solo: anche chi lavora nell’ambito sociale dovrebbe accettare la stessa prospettiva per non sprecare risorse. Facendo a meno di tutto ciò la cui efficacia non è provata risparmieremmo un sacco di soldi senza perdere in salute. Ma le inefficienze non si nascondono solo nella scelta delle prestazioni da erogare: “Il più evidente tipo di inefficienza è in realtà la combinazione di due separati gruppi: l’uso di terapie inefficaci e l’uso di terapie efficaci al momento sbagliato”. Ancora: il luogo del trattamento inadeguato “è probabilmente il tipo di inefficienza meno sovente segnalato”, considerando che un intervento può essere svolto “a domicilio, nell’ambulatorio del medico generico, nel corso di una consultazione ospedaliera, nell’ospedale regionale e, più recentemente, negli ospedali di comunità”. Terzo motivo di inefficienza è la “inadeguata durata dell’ospedalizzazione”. Sono passati quarant’anni e quella che viene ancora definita la “agenda post-Cochrane” sembra aver fatto pochi passi avanti.

Il solco, però, è tracciato e, come ha scritto di recente Fiona Godlee, la “Evidence based medicine is so much part of the air we breathe it can be hard to remember a time before it.”[3] Una generazione di medici e ricercatori si è formata – quasi sempre senza aver conosciuto direttamente Archibald Cochrane – grazie al suo insegnamento e oggi un ampio network internazionale porta il suo nome. È consolante, ha detto Sir Iain Chalmers, uno dei fondatori della Cochrane Collaboration, come la rete sia ancora oggi composta da persone caratterizzate da quella “generosità d’animo” che ha ispirato Archie.[4]

Generoso e ironico, come già detto. Al punto di regalare – in una nuova edizione di Efficienza ed efficacia uscita postuma nel 1999) – un Epitaffio scritto di proprio pugno che così si conclude. “Fu un uomo con una grave forma di porfiria, che fumava troppo e che non aveva la consolazione di una moglie, di un credo religioso o di un premio al merito, ma non se la cavò poi così male”. Sì, perché una cosa ancora va detta. Cochrane fu un impaziente paziente: il problema che lo portò da Theodor Reik non aveva nulla di psicologico ma era una conseguenza della malattia ereditaria, la porfiria, che colpì la sua famiglia.

 

[1] Cochrane AL Blythe M. One man’s medicine. An autobiography of Professor Archie Cochrane. London: The British Medical Journal, 1989.

[2] Cochrane A. Efficienza ed efficacia. 2° ed. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 1999.

[3] Godlee F. Evidence based medicine: flawed system but still the best we’ve got. BMJ 2014;348:e440.

[4] Cassels A. The Cochrane Collaboration celebrates 20 years, CMAJ 2013;185:1162-3.

La fotografia in alto è di David Seymour “Chim”, uno dei fotografi più attivi per documentare la guerra di Spagna. E’ stata scattata durante la battaglia del fiume Ebro nel 1938.

 

 

Comments

4 Comments

Ludovica

Grazie, molto interessante e piacevole da leggere.
Ma sono curiosa (e con conflitti di interesse in merito): dove posso leggere le opinioni di Cochrane sulla psicoanalisi?

Luca De Fiore

Grazie a lei per il commento e per il suo interesse. Purtroppo, non esistono documenti approfonditi sul pensiero di Cochrane riguardo la psicoanalisi. Nel libro che ho citato nel post (Cochrane AL, with Blythe M (1989). One Man’s Medicine: an autobiography of Professor Archie Cochrane. London: BMJ Books) Cochrane racconta la sua esperienza con Theodor Reik ma senza soffermarsi sul merito e contenuto dei colloqui clinici, né su aspetti della “tecnica” seguita dal suo analista. Più che altro è il racconto di quei terribili anni in cui l’Europa era già attraversata dall’angoscia della imminente tragedia. Un articolo uscito sulla rivista Australasian Psychiatry potrebbe essere più “centrato” ma è riservato agli abbonati e non ho accesso (http://apy.sagepub.com/content/15/2/144.abstract). E’ stato comunque poco citato e potrebbe non essere gran che interessante. Nelle “Random reflections”, (Efficienza ed efficacia) Cochrane tocca rapidamente la questione delle “prove” nella psicoterapia, ma non organicamente.

Ludovica

grazie!
Ludovica

Ludovica

L’articolo di Australasian Psychiatry a me risulta free!
Lo leggerò e le saprò eventualmente dire.


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