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Un Serpax per il medico poeta?

Tutti abbiamo provato a scrivere una poesia. Purtroppo. La rivista statunitense Poetry ne riceve 125 mila ogni anno e ne pubblica 300. Fin qui niente di strano. Il JAMA (sì, hai letto bene: il JAMA) ne riceve circa 100 ogni mese e in un anno ne pubblica 50. Ma la cosa più strana ancora è che le poesie – nelle riviste scientifiche – sono tra le cose più lette.

Per arrivare alla pubblicazione sui medical journal che le ospitano (sono molti: ne pubblica anche Chest, una delle riviste di medicina respiratoria più apprezzate del mondo), le poesie devono seguire un percorso di peer review formale, molto simile a quello dei contenuti scientifici. Una revisione doverosa, se è vero – e non c’è da dubitare – che il livello delle proposte lascia a desiderare. I criteri di giudizio, però, sono indubbiamente diversi e in molti casi soggettivi. La rivista Family, Systems, and Health – leggiamo su un articolo appena uscito sul Newyorker: Ode on a Sthetoscope – chiede ai referee di lasciarsi guidare da due domande: “Did the poem move you? Did it teach you something about doctoring?” Alla fine, considerate le numerose submission qualcosa di buono si trova. Michael LaCombe, curatore dello spazio dedicato alla poesia sugli Annals of Internal Medicine e medico colto e noto per aver scritto importanti libri di argomento medico-umanistico, indica come preferite le strofe di George N. Braman:

He’d sometimes stop and stare long into space
In mid-sentence, as if recalling sounds;
“He’s lost the thread again,” I’d muse, and grace
The awkward pause with words, resuming rounds.

Gli Annals sono tradizionalmente molto attenti alle medical humanities e anche nell’anno appena iniziato ripropongono un concorso che premierà la poesia più bella (leggi l’articolo sugli Annals Poetry Prize). Probabilmente è vero quello che sostiene Michel Houellebecq: “È soprattutto una visione del mondo più misteriosa. La poesia risveglia cose nascoste, inesprimibili con altri mezzi… e sono sempre sorpreso dal risultato. Talvolta c’entra la musicalità, talvolta no; talvolta è semplicemente una percezione strana, totalmente disimpegnata. È curioso incontrare in se stessi cose inspiegabili; sono sempre più persuaso che la bellezza, non collegata al desiderio, abbia per forza qualcosa di strano.”

Poetry’s impracticality may be its strength. Rafael Campo

I malati hanno bisogno di poesia, ma anche i medici. Ne è convinta Danielle Ofri, autrice di diversi libri importanti (tra cui What doctors feel: How emotions affect the practice of medicine) e un articolo pubblicato da Slate ha riportato una sua conversazione con Rafael Campo, medico di Harvard che gode di una grande considerazione anche come autore di poesie. “Poetry – spiega Campo – often seems the least practical endeavor on Earth. It’s a smattering of words on the page, often with minimal form, story, or logic. It doesn’t earn money, build cities, cure illness, feed the hungry, or solve the pressing problems of society. But sometimes it is the things we deem least practical that wield the most power.” Attraverso la poesia il medico può avere maggiore facilità di entrare in relazione con il malato, mostrando con sincerità le proprie debolezze e la propria vulnerabilità. Così si apre una delle più conosciute poesie di Campo, Morbidity and mortality rounds:

Forgive me, body before me, for this.
Forgive me for my bumbling hands, unschooled
in how to touch: I meant to understand
what fever was, not love. Forgive me for
my stare, but when I look at you, I see
myself laid bare ….

Danielle Ofri racconta di utilizzare la poesia come strumento per sciogliere le tensioni tra il malato e il personale sanitario e, a giudicare da quello che ha scritto nel suo blog, i risultati possono essere sorprendenti. Arrivare al mistero della bellezza non è una cosa semplice, però. Anzi, è davvero difficile e si prova quasi imbarazzo a pensare a come le giornate convulse del medico possano lasciare spazio all’uso di strumenti “letterari”.

Tutti abbiamo provato a scrivere una poesia: non solo medici, ma anche pazienti e qualche volta può trasformarsi in un’opportunità molto concreta. Sdrammatizziamo: Carlo Verdone racconta di essere stato un adolescente creativo e problematico, al punto di finire dal medico per il proprio carattere difficile. E il dottor D’Agostino …”Mi fissò un minuto negli occhi e poi disse: ‘Sbaglio o mi hai detto che ti piace scrivere?’ ‘Sì, poesie e soggetti per film’, risposi. ‘Portami le poesie’ scandì con tono perentorio. […] Iniziò a leggere le prime quattro, abbastanza brevi, e richiuse il quaderno quasi in modo maleducato. E disse: ‘Allora la prima poesia si chiama Ombre, la seconda Autunno, la terza Anonimo sepolcro e la quarta Affanno‘. E strappando un foglio dal suo ricettario e prendendo la stilografica aggiunse sbrigativo: ‘La quinta te la scrivo io…

Si chiama Serpax 15mg: una compressa al bisogno’.

 

La foto in alto è di Jess Dugan: Self portrait.

 

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…