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Senza sorprenderci non cambiamo

Un’azienda sanitaria di una [non periferica] Regione italiana ha inviato una comunicazione ai propri dipendenti pregandoli di segnalare all’ufficio Formazione le riviste scientifiche alle quali avrebbero desiderato che l’istituzione sottoscrivesse un abbonamento. Non ha ricevuto alcuna risposta.

Partecipando ad una serie di seminari dedicati alla ricerca e all’uso di documentazione utile per l’attività di assistenza, si ha conferma dei risultati delle ricerche sui bisogni di informazione di medici e infermieri: più o meno, ogni due visite ad un malato, salta in mente un interrogativo al quale non si è capaci di dare risposta. Dialogando con chi partecipa a questi workshop – solitamente persone mediamente abbastanza motivate – si viene a sapere che il comportamento dei professionisti sanitari italiani non è generalmente diverso da quello dei loro colleghi coinvolti negli studi internazionali sui reading habits: la metà di medici e infermieri non va a cercare una risposta (ecco perché nessuno – o quasi – è interessato a disporre di riviste). Chi si cimenta nella ricerca, una volta su tre non la trova.

Perché? Non so dove cercare. L’ospedale non è abbonato a riviste o banche dati (vedi sopra). Non c’è la connessione. Non so come fare a interrogare un database. Preferisco chiedere a un collega. Non ho tempo. Tutte le precedenti.

It’s absolutely threatening to admit that you’re wrong. Brendan Nyhan

Leggendo un articolo uscito da poco su Slate, viene in mente un’altra risposta: “La mia ignoranza non mi sorprende più”. Ed è proprio la mancanza di sorpresa a frenare l’ambizione di cambiare. Il nostro cervello – spiega l’articolo – è continuamente al lavoro formulando delle previsioni su come andranno le cose: il rumore che farà un bicchiere venendo poggiato su un piano, la cosa che ci dirà la nostra compagna, la vista che ci si manifesterà  nell’aprire una persiana. Facile aggiungere: la riposta alla terapia che darà l’organismo di un malato, per esempio. La capacità di resistere alla tentazione di ignorare l’anomalia è ciò che produce la buona scienza. Come fare?

Charlie Toft è un insegnante che, incoraggiato dalle ricerche di Kevin Dunbar, ha introdotto nella propria classe l’uso del diario delle sorprese. Ogni studente deve tenere traccia di almeno 15 momenti sorprendenti e rispondere a due domande. “Why was this surprising? And what does that tell me about myself?” Un primo passo, ma sembra che la classe sia già un po’ cambiata.

Chi sbaglia o si accorge di non sapere non reagisce negando l’errore o l’ignoranza ma manifestando curiosità.

 

La foto in alto è di Maarten van Schaik. Car nude.

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In this important work with colleagues from Italy, we examine if price negotiations lead to better alignment between price of cancer drugs and their outcomes. bmjopen.bmj.com/content/9/12/… @AntonioAddis2 @fperrone62 pic.twitter.com/Nohz0Hp733

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…