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Il medico, la guerra e i cambiamenti climatici

Duecentotrentasei voci bibliografiche supportano la rassegna pubblicata il 22 settembre dal JAMA e dedicata all’impatto sulla salute dei cambiamenti climatici (1). Le conclusioni sono tanto stringate quanto, al contrario, sono dettagliati i risultati della revisione delle evidenze disponibili in letteratura: “Evidence over the past 20 years indicates that climate change can be associated with adverse health outcomes. Health care professionals have an important role in understanding and communicating the related potential health concerns and the benefits from reducing greenhouse gas emissions.”  Il cambiamento climatico – già denunciato nel 1996 dallo stesso Jonathan A. Patz sulla rivista dell’American Medical Association – ha conseguenze molto gravi sulla nostra salute respiratoria (soprattutto aumentando asma e allergie), accresce il numero di infezioni e di disturbi gastrointestinali, compromette quantità e qualità delle risorse alimentari, incide sulla salute psichica delle persone esposte agli eventi più drammatici. L’articolo sul JAMA è accompagnato da un editoriale della direzione della rivista, firmato da Howard Bauchner e Phil B. Fontanarosa, che sottolinea come i grandi progressi nella salute delle popolazioni ottenuti nel corso del Novecento siano stati soprattutto dovuti al miglioramento delle condizioni igieniche e alla disponibilità di acqua e di aria pulite (2).

Gli articoli del JAMA coincidono con il Climate Summit 2014 ospitato il 23 settembre a New York dalle Nazioni Unite, preceduto da 2.808 manifestazioni ed eventi in cui milioni di persone di 166 diversi paesi hanno chiesto un intervento immediato per il cambiamento.

I danni alla salute individuale sono quasi sempre le conseguenza di disastri ambientali e di crisi umanitarie: fare qualcosa, in queste circostanze, non è sufficiente perché è necessario fare la cosa giusta al momento giusto. Come spiegano Shobha Shukla e Bobby Ramakant di Citizen News Service, è necessario che i decision maker sappiano quali interventi, azioni e strategie possono funzionare e quali, al contrario, possono addirittura rivelarsi dannose. All’indomani dello tsunami del 26 dicembre del 2004, proprio per avviare una riflessione operativa sulla definizione di strategie efficaci in situazioni di crisi, è stata fondata Evidence Aid, con obiettivi specifici e ben definiti. Il direttore di Evidence Aid è Mike Clarke e non sorprende – conoscendo il suo ruolo in molte attività della Cochrane Collaboration (revisore di innumerevoli studi inclusi nel Cochrane Central Register of Controlled Trials, Journal Club Editor per The Cochrane Library, esponente importante della COMET Initiative) – che le sintesi operative utili alla determinazione degli interventi socio-sanitari utili in occasione di catastrofi ambientali siano basate su revisioni sistematiche della letteratura.

Mike, la medicina delle catastrofi è un ambito inusuale per il mondo della Cochrane: cosa avete imparato?

Una delle difficoltà è stata quella di capire se era un’esigenza sentita quella di disporre – riguardo le crisi umanitarie e della medicina delle catastrofi – dello stesso tipo di evidenze dalla migliore letteratura scientifica utili nell’assistenza sanitaria. La prima sorpresa è stata quella di vedere riconosciuto il valore delle prove affidabili e la determinazione ad utilizzare le migliori evidenze quando fossero disponibili. La seconda cosa che abbiamo imparato è che di prove di buona qualità ne abbiamo a disposizione e si trattava solo di metterle insieme. Ancora, abbiamo capito l’importanza di un lavoro collettivo per generare nuove evidenze e del tradurre in indicazioni utili ai singoli decisori le prove sintetizzate secondo criteri generali: dobbiamo disporre di evidenze legate ai contesti e renderle accessibili. Davanti a centinaia di revisioni, non si sa dove trovare quello di cui si ha bisogno. Per questo la cosa principale è lavorare insieme a chi ha bisogno delle prove per decidere: una persona come me – non sono un decision maker né un clinico – può non sapere quali prove siano richieste. Per questo dobbiamo lavorare accanto a chi conosce i propri bisogni di informazione così da essere in grado di soddisfarli.

C’è un rapporto diretto tra clima e disastri naturali?

Le minacce vengono dai rapidi cambiamenti climatici. Un tempo, gli eventi disastrosi avvenivano ogni 10 o 20 anni. Oggi sono molto più frequenti: forse ogni anno. Così, se un tempo avevamo 9 o 19 anni per curare le ferite di ciò che era accaduto, oggi i tempi necessari alla ripresa si sono notevolmente ridotti. Uno dei modi per affrontare le situazioni di crisi è ragionare collettivamente in termini di riduzione del rischio: pensare di più a come prepararsi in anticipo per fronteggiare la crisi e di meno alla risposta al disastro. In questo modo saremo più pronti per l’evento successivo, perché la cattiva notizia è che ci sarà sicuramente una prossima volta. La sfida è proprio negli eventi che si andranno a ripetere, in questi nuovi disastri che si verificheranno prima di quanto noi non si sia abituati.

La vostra ricerca tende a pianificare la risposta agli eventi?

In primo luogo, circa le cause di questi eventi disastrosi, abbiamo bisogno di una ricerca maggiormente basata sulle evidenze. E, riallacciandomi a quanto dicevo, sulle modalità per dare una risposta alle crisi che sia già preparata. Può trattarsi del costruire edifici capaci di sopportare meglio una calamità naturale. Ma è ancora più importante il comportamento delle persone: beninteso, non saremo noi le cause di terremoti, tornado o di inondazioni, ma spesso sono gli esseri umani a peggiorare gli effetti di eventi del genere. Per questo dobbiamo fermare le azioni capaci di generare danni, convincendoci che prevenire è meglio che curare. Dobbiamo riflettere di più sulle nostre azioni che aumentano la probabilità che certi eventi si verifichino. Non provochiamo la pioggia, d’accordo. Ma il modo col quale stiamo modificando il territorio cambia radicalmente la risposta alle piogge. È un mondo ingiusto quello in cui un gruppo di persone crea problemi ad altri gruppi di persone. Così, qualsiasi attività di ricerca che dovessimo disegnare dovrebbe avere come obiettivo quello di migliorare l’equità e la giustizia.

L’obiettivo è fornire un set di raccomandazioni?

La sfida di fronte alla quale ci troviamo è ottenere risultati capaci di raggiungere una visione complessiva, fatta di prove affidabili fornite da Evidence Aid e sulle quali i decision maker possano basare le proprie scelte riguardo la programmazione, le risposte, la gestione e la ripresa dopo le calamità naturali. Non si guarderà ad Evidence Aid come a qualcosa capace di dire “cosa fare”. Piuttosto, ad un riferimento capace di offrire conoscenze che possono essere utilizzate anche insieme ad altre fonti di informazioni di cui eventualmente si disponesse. Avremo successo se forniremo evidenze affidabili utili a prendere decisioni informate e se, nei prossimi anni, saremo stati capaci di costruire una risorsa accessibile dove trovare realmente quello di cui ha davvero bisogno chi fronteggia un evento naturale catastrofico.

In questi giorni, Mike Clarke è al Cochrane Colloquium 2014 che si svolge a Hyderabad in India. Dedicato ad un tema strettamente legato al progetto di Mike, al quale non a caso è stata dedicata una sessione precongressuale: Evidence-informed public health. La sanità pubblica basata sulle prove è un obiettivo forse ancora più urgente della clinica basata sulle prove. Per questo, alla domanda che i direttori del JAMA hanno voluto porre al centro del loro editoriale (Should physicians be concerned about climate change and its associated effects on health or is it outside the remit of medicine much like poverty and war?) non si può rispondere che affermativamente.

La fotografia in alto è di Ben Zank: Kevin after a storm.

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Voi adesso andate in edicola e comprate @Internazionale e leggete anche la pubblicità. Quella che trovate in quarta di copertina, di @nen_energia, perché è scritta bene. Molto bene. pic.twitter.com/y4ANTT6Exp

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…