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Altra ricerca non è necessaria

Se hai studiato un problema e hai trovato qualcosa devi dirlo subito, prima che chi legge si stufi. In altre parole, nel cosiddetto Plain Language Summary di una revisione sistematica Cochrane,  il paragrafo delle Conclusioni deve stare all’inizio e non alla fine. Per quanto possa sembrare la scoperta dell’acqua calda, è una delle proposte che ha suscitato più consensi al Cochrane Colloquium di Hyderabad, in India, che si è appena concluso.

“Layer the information: most important (to the reader) first” è la frase chiave della relazione di Shaun Treweek, che insegna Metodologia della ricerca sui servizi sanitari all’università di Aberdeen in Scozia. La precisazione “to the reader” è molto importante, sia perché la domanda “Chi, come, perché legge un Plain Language Summary?” è più che legittima, sia perché la letteratura scientifica è sempre di più prodotta per chi la scrive piuttosto che per chi dovrebbe leggerla per utilizzarne i contenuti.

Layer the information: most important first. Shaun Treweek

A voler essere antipatici, il termine stesso (Plain Language Summary) dovrebbe insospettire perché implicitamente sottolinea come sia normalmente accettato che il testo completo di una revisione sia scritto in una forma diversa da quella di un linguaggio semplice o normale.

A voler essere ancora più antipatici, però, nasce il timore che – seguendo il consiglio di Treweek – gli autori delle future revisioni possano trovarsi davvero in difficoltà: con quali “conclusioni” aprire questi riassunti in parole povere? Dalle revisioni della letteratura pubblicata, purtroppo, di risultati importanti ne vengono fuori sempre di meno, così che la probabilità che un Plain Language Summary si apra con la fatidica frase “Sono necessari ulteriori studi” è davvero altissima. Chi glielo spiega ad un malato che le centinaia di migliaia (o milioni) di euro spese per finanziare la ricerca primaria non sono serviti praticamente a nulla e che, di conseguenza, anche i soldi investiti dalle istituzioni pubbliche per finanziare le revisioni sistematiche su materiale scadente sono stati sprecati?

Era appena iniziata l’estate di due anni fa quando il blog di PLoS – Speaking of medicine – aveva affidato il ruolo di Guest editor a Trisha Greenhalgh che con un post intitolato Less research is needed confermava in una quarantina di righi la propria fama di rompipalle. Così iniziava: “The most over-used and under-analyzed statement in the academic vocabulary is surely “more research is needed”.  These four words, occasionally justified when they appear as the last sentence in a Masters dissertation, are as often to be found as the coda for a mega-trial that consumed the lion’s share of a national research budget, or that of a Cochrane review which began with dozens or even hundreds of primary studies and progressively excluded most of them on the grounds that they were “methodologically flawed”.

Secondo la Greenhalgh, la frase fatta con cui si chiude gran parte degli articoli originali è un indicatore di come si preferisca continuare ad alimentare una ricerca di improbabile utilità invece di dedicare più tempo ed energie a riflettere sulle scelte compiute che non hanno portato risultati concreti.

“More research is needed” is an indicator that serious scholarly thinking on the topic has ceased. Trisha Greenhalgh

Che fare? Fermarsi a riflettere sull’opportunità di applicare la regola del Less is more anche all’attività di ricerca. Seguendo, così, il consiglio di Mike Clarke che, nella sua relazione sempre al Colloquium indiano, ha suggerito di fare ricerca all’interno delle revisioni e dei trial, per comprenderne e superare i limiti e gli errori: Search Within A Review (SWAR), ha consigliato.

Un proposito che di questi tempi andrebbe portato all’attenzione dei governi: Make Swar, not war.

 

La foto in alto è di Mimi You e il titolo è: Always you want to hear (More). 2010

 

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Luca De Fiore

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