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Condividere rende divertente il fare

Come trasformare l’ennesimo invito a parlare ad un convegno in qualcosa di più interessante? Proponendo a chi organizza un argomento che ti obblighi a riflettere, se non a studiare. A costo di complicarsi la vita per una settimana.

Il titolo è di Clay Shirky, ovviamente.
Il titolo è di Clay Shirky, ovviamente.

Milano: Palazzo delle stelline: Bibliostar 2014: 14 marzo 2014: workshop del GIDIF-RBM. Il titolo: Condividere rende divertente il fare. E’ copiato da una frase di Clay Shirky letta nel libro Cognitive surplus, tradotto in Italia da Codice edizioni. Un libro da leggere: ma perché condividere rende divertente fare le cose? Primo indizio: le cose più divertenti le facciamo nel tempo libero e, da quando esistono, sui social network ci stiamo per lo più quando non lavoriamo (sembra ovvio ma non lo è). Guarda il grafico nella diapositiva: il lunedì è il giorno nero e il fine settimana stiamo beati su YouTube, Facebook e Twitter. Secondo: quando stiamo sui social network, la riservatezza ci sembra un problema trascurabile. Solo il 25 per cento di noi pensa alla privacy quando posta una foto o racconta di sé. Terzo: osservando i momenti della giornata in cui socializziamo su internet, abbiamo una sostanziale conferma dell’integrazione dello “svago” con i tempi della serietà (per così dire). Quarto: siamo in rete divertendoci e rispettando il lavoro o i tempi della possibile convivialità del mangiare: la stessa cosa di quando giocavamo a figurine nel primo pomeriggio o dopocena. Quinto: come ogni divertimento, anche le interazioni online sono più belle se rapide e brevi: il gioco (e Twitter) è bello quando dura poco e non è detto sia uno scherzo.

Nell’economia immateriale la fiducia e la reciprocità rappresentano le condizioni fondamentali per produrre soluzioni ai nuovi problemi. Enrico Grazzini

Cinque indizi non fanno una prova? Se servono evidenze, ecco quelle degli studi di Michael Tomasello, condirettore del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology di Lipsia. Nel libro Why we cooperate (altre pagine da leggere: in italiano pubblicate da Bollati) spiega che il bambino piccolo è naturalmente altruista e lo è più del coetaneo scimpanzé: da neonati siamo gli unici capaci (e disposti) a condividere le informazioni. Perché lo facciamo? E’ un bisogno innato, ma mi piace pensare sia per divertimento.

Siamo in rete, non siamo semplicemente connessi. E dobbiamo ristudiare il significato di alcune parole. Media: è qualcosa che sta tra le persone e aiuta a collegarle: non uno strumento di una comunicazione unidirezionale. Giornali e televisioni non sono dei media. Computer: ha lasciato il tavolo e ci sta nella tasca e questo ha radicalmente cambiato anche il senso dell’espressione Tempo libero. I confini tra svago e lavoro non sono più netti: le nostre passioni guidano la nostra creatività professionale e quest’ultima ci suggerisce percorsi nuovi ed emozionanti. Infine, biblioteca: non è più uno (soltanto?) spazio chiuso utile allo studio individuale: “it is a community space” dice Neil Gaiman. Un luogo dove condividere le proprie conoscenze per migliorare i saperi nostri e quelli del gruppo. Per far crescere l’intelligenza della stanza che ci accoglie, direbbe David Weinberger (terzo consiglio di lettura: in Italia, Too big to know è La stanza intelligente).

Condividere rende tutto più divertente: le biblioteche sono davvero uno spazio bello e di libertà.

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Corruption in healthcare - we need care based on solidarity, not on charity because greed. We need careful and kind care for all. ⁦This is #WhyWeRevolt @patientrevpatientrevolution.org/revolt nytimes.com/2020/11/27/opi…

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…