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Com’è difficile raccontare la Ricerca

Come ha scritto Elena Cattaneo sul Sole 24 Ore del 10 novembre, l’Italia continua a “essere martoriata da una disinformazione scientifica da regime totalitario. Le decisioni politiche e governative su questioni come staminali, sperimentazione animale, Ogm – prosegue – riflettono un’ignoranza scientifica drammatica.”

butter-is-good-for-youPer molti anni si è pensato che gran parte delle responsabilità fosse nel sistema scolastico: programmi poco convincenti, molto orientati all’approfondimento delle materie umanistiche, insegnanti talvolta incapaci di motivare gli allievi allo studio della scienza. Qualcuno invece punta il dito verso i giornalisti scientifici, per i quali, purtroppo, la scelta della professione equivale spesso ad una rinuncia: biologi, naturalisti, farmacisti arresi più o meno precocemente all’impossibilità di una vita da ricercatore. Ai giornalisti, sostiene Cattaneo, spetterebbe di “calibrare i toni della divulgazione, capire se una cosa è vera o falsa e stabilirne il suo peso relativo, anche verificando la storia di chi la propone e il suo contesto”.

Chi fa ricerca non sempre mette nelle migliori condizioni i giornalisti: “Presi come siamo dalla necessità di approfondire (giustamente) ciò che studiamo e dalla fatica di percorrere strade difficili e solitarie, non prestiamo la dovuta attenzione ai meccanismi della comunicazione, che poco conosciamo o ci illudiamo di conoscere. (…) Sbagliamo poi nel richiamare l’attenzione sempre e solo sull’ultima scoperta. Sappiamo bene invece che ogni avventura scientifica è un percorso ma dimentichiamo che raccontare il come si è arrivati a un certo risultato è la parte più interessante e quella più umana, perché parla degli obiettivi immaginati e poi raggiunti per aver saputo contrapporre al rischio del fallimento l’assidua ricerca delle prove”.

Bears dancersInfine, Cattaneo sottolinea l’impreparazione dei politici a ragionare di scienza e la tendenza ad assumere decisioni senza tener conto dei dati più attendibili e più utili “per agire davvero nell’interesse della società”. E’ una questione di cui si discute non solo in Italia; una revisione sistematica pubblicata il 30 ottobre 2013 su PLoS One indica nel tipo di organizzazione dello Stato, nel maggiore o minore decentramento decisionale, negli specifici fattori e condizionamenti dovuti all’insieme delle strategie politiche gli elementi che limitano l’attuazione di politiche sanitarie e sociali realmente basate sulle evidenze scientifiche. L’intenzione della Senatrice di aprire una sorta di “sportello informativo” in Senato affidandolo a due giovani ricercatori competenti in storia della medicina e legislazione in tema di scienza è un’ottima idea ma è difficile possa bastare.

I giovani che fanno ricerca non dovrebbero essere scoraggiati dai capi laboratorio  nel comunicare al pubblico le proprie attività e gli enti di appartenenza dovrebbero aiutarli a gestire il tempo di lavoro in modo da ricavare spazi utili alla condivisione di progetti e linee di ricerca. Se ne è discusso in un workshop molto interessante ripreso in un blog di PLoS a inizio d’anno. Soprattutto, chi lavora in campo scientifico dovrebbe saper spiegare che il lavoro del ricercatore ha a che fare, nel 99 per cento dei casi, con il fallimento.

Non è cosa di cui vergognarsi ed è l’elemento più difficile da fare accettare.

 

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
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