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Critica, narrazione, riflessione. Anche slow

Ventiquattro ottobre del 1976. “Ci siamo chiesti: ma se lo spazio della cultura convenzionale, acritica, conformista è così stabilmente occupato, perché non crearne un altro – pur rischioso ma per noi stimolante come il primo lo è per i bramini e i loro sudditi – critico, alternativo, nuovo? Così è nato il progetto, l’abbozzo di un progetto per un Manuale critico di medicina interna. Perché non tentare?”

Come fosse oggi, rivedo mio padre tornare da Firenze e raccontare dell’incontro con Massimo Gaglio, Albano Del Favero e Giorgio Bert. Note ritrovate nel suo diario di quasi quarant’anni fa. Anni difficili e anche a distanza di tempo non è facile comprendere la complessità di allora. Era tempo di divaricazione tra riformismo interno alla democrazia parlamentare – che conduceva proprio allora alla Riforma Sanitaria (ancora, per me, doverosamente maiuscola) – e una più intransigente proposta alternativa alla società capitalista. In campo sanitario, i due percorsi si confrontavano dalle sponde di due collane: Medicina e Potere, di Feltrinelli, e Società e Salute, del Pensiero. Libri, ancora oggi, di grande valore.

Il Manuale critico di medicina interna restò solo una bell’idea. Albano Del Favero – con “la sua casa fuori città, con la conigliera e le pecorelle e la collina in fondo, chiara e ondulata” –  gettò un ponte tra le due rive scrivendo Il problema dei farmaci (per Il Pensiero) subito dopo Farmaci, salute e profitti in Italia (Feltrinelli). Massimo Gaglio – autore di Essere o malessere al quale seguirà nel 1982 il diario La buona medicina (entrambi in Medicina e Potere) – fu per anni consigliere prezioso di Recenti Progressi in Medicina. Giorgio Bert aveva scritto nel 1974 per Feltrinelli il libro Il medico immaginario e il malato per forza: un manifesto per ripensare insegnamento, funzione e relazioni interne a medicina e salute: libro che – a rileggerlo oggi – mantiene intatto il proprio valore.

LangheCome quei vini di Langa che ci trovammo casualmente a bere insieme con Giorgio (e Silvana) in un fine settimana alla fine degli anni Ottanta. Tra i filari di Bartolo Mascarello e Aldo Conterno, mi mostrò che anche la valutazione critica del vino non dovrebbe fare a meno di una componente narrativa. Furono giorni di parole, assaggi e ascolto e rientrai a Roma col bagagliaio ricco, il portafoglio povero e la sensazione di essere riuscito a stabilire quella intesa che a mio padre era mancata.

Il problema è quello di preparare dei medici che sappiano e possano denunciare e intervenire, al di fuori del semplice atto terapeutico. Giorgio Bert, 1984.

Salto di parecchi anni per arrivare al 2011. “Una brevissima nota per far sapere, a chi non lo sapesse, che è il 29 giugno è stato battezzato a Ferrara il movimento Slow Medicine”. Le note di Alessandro Liberati affidate al blog da lui animato negli ultimi mesi di vita si legano ad un altro suo commento, scritto dopo un pranzo goduto insieme sul limitare della spiaggia della Versilia nel mese di luglio. Avevamo parlato anche della nascita, del senso e del futuro di Slow Medicine e, rientrando a Bologna, Alessandro aveva avuto modo di riflettere su declinazioni originali del valore della “lentezza” nel vivere. Una pacatezza che apprezzava sempre di più e che, in quei giorni, a lui si mostrava come …

  • … quella di poter apprezzare la qualità e quantità di lavoro fatto dai miei collaboratori negli ultimi mesi e di come davvero ci si preoccupi spesso in modo eccessivo e un po’ autoreferenziale sulla necessità di esserci sempre e comunque.
  • … quella di poter – nei fatti – coniugare l’attenzione tecnica al lavoro con la condivisione ed applicazione di alcuni princìpi dei quali abbiamo anche noi nel blog discusso (un diverso modo di fare ricerca e di pensare all’assistenza, la cautela che è necessario esercitare quando si vogliono fare progetti capaci di cogliere la qualità dentro la complessità, ecc.).
  • … la difficoltà di applicare nella pratica la saggezza delle riflessioni su quanto è importante essere slow e necessario/inevitabile finire per essere fast nei processi di ripresa di attività interrotte per motivi esterni alla propria volontà.

Come dire: fare di più non significa fare meglio.

Le pagine di Bert scritte nel 1984 andrebbero ripubblicate oggi per essere rilette e mandate a memoria. Giorgio dirà: “Figurati, fatica sprecata oggi come allora”. Insisto e leggo: “Il problema non è ovviamente quello di creare medici più ‘buoni’, che si commuovano sulla sorte dei malati poveri. Il problema è quello di preparare dei medici che sappiano e possano denunciare e intervenire, al di fuori del semplice atto terapeutico”.

Critica, narrazione, riflessione. Parole chiave per leggere una storia personale e un movimento, Slow Medicine, frutto anche di quella storia, movimento che potrebbe davvero favorire l’avvio di una politica sanitaria “di tipo culturale”, capace – come hanno scritto Gianfranco Domenighetti e Sandra Vernero – “di ricondurre le attese dei cittadini alla realtà dell’evidenza, promuovere l’autonomia decisionale degli individui e, infine, ridurre il consumismo inadeguato da parte della popolazione.”

 

Slow Medicine terrà a Torino il secondo congresso nazionale il 29 e 30 novembre 2013.

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
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