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Non siamo mai i cattivi

L’atrocità non è nuova, né agli esseri umani né agli animali. Ma nella nostra epoca è particolarmente ben organizzata, inflitta con recinti, treni speciali, filo spinato, liste, campi di lavoro, gas. E ultimamente con l’assenza dei corpi. Non se ne vide nessuno, tranne quelli che si lanciavano nel vuoto, il giorno in cui il cuore dell’America si fermò”. Teju Cole cammina per le strade di New York, Città aperta, e del mondo, con gli occhi di uno psichiatra che vede il mondo come un insieme di tribù. Un romanzo imperfetto.

Non si vedono corpi nell’arte di Imran Qureshi. Solo inchiostro a simulare sangue. “These forms stem from the effects of violence,” ha spiegato in occasione di una mostra al Metropolitan Museum | guarda l’animazione sul lavoro sul Roof Garden. “They are mingled with the color of blood, but, at the same time, this is where a dialogue with life, with new beginnings and fresh hope starts.” Qui una recensione della mostra uscita sul New York Times.

Pur ammettendo le nostre stranezze, non siamo i cattivi delle storie che viviamo. Teju Cole

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Qureshi impressiona: un paio di anni fa, in occasione di un suo lavoro in un cortile di un edificio negli Emirati Arabi, molti visitatori scoppiarono a piangere: “People were crying — and, at first, I thought maybe I had done something wrong!” Fino al 17 novembre, una mostra di Qureshi è ospitata al MACRO di Roma nella generale indifferenza della città. Molte opere sono site-specific, realizzate sul posto e concepite adattando il progetto alle superfici e agli spazi concessi per l’esposizione. “Il contenuto è dirompente, – ha scritto Huffington Post –  una denuncia, un grido di dolore di una realtà squarciata dalla violenza delle armi, testimoniata dal segno live che disegna ordigni e dal dripping purpureo di sangue. Lo stesso che torna nei grandi ovali, in cui le macchie di pittura rossa si aprono come petali e debordano fin fuori dalla tela nell’installazione Voglio che tu resti con me, appositamente ideata per il museo romano, per invadere il pavimento e le pareti. O macchiare le immagini accartocciate di Stanno ancora cercando le tracce di sangue. I cittadini soffrono direttamente le violenze nei teatri di guerra – ha detto l’artista – ma è il potere politico e istituzionale a indagare su stragi e attentati. La gente comune, i cittadini, le vere vittime di questi eventi sanguinosi, però, non conoscono mai la verità, mentre “sono loro che dovrebbero potersi formare una reale visione di ciò che è successo”.

La morte è una tenda abbassata o un paravento messo di fretta in una stanza d’ospedale. La morte è nascosta nei sacchi di tela allineati sui moli dei porti del Sud. La morte è nascosta nel mare. Le parole di Tesfay Mehari, cantante eritreo che là ha perso la propria donna (dal blog di Gabriele Del Grande).

Mare, dentro di te sta il mio amore. 
Hai preso la sua anima e il suo cuore. 
Mare, riportala a riva, fammi parlare di nuovo con lei. 
Cercala ovunque, trovala, fallo per me. 
Mare riportami l’amore della mia anima
Insieme ai suoi compagni pellegrini di questo destino.
Creature del mare, siete voi gli unici testimoni di questa storia 
E allora ditemi: quali sono state le sue ultime parole prima di partire 
Mare! 
Non sei tu il mare? E allora rispondimi!
C’è poco da fare: non siamo mai noi i cattivi delle storie che viviamo.
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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
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