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Il selvaggio west della peer review

Se a fine settembre avessimo googlato ‘wassee institute of medicine’ avremmo avuto indietro nulla. Facendolo oggi, sono 27.700 i risultati restituiti dal motore di ricerca. Lo dobbiamo all’articolo pubblicato su Science il 4 ottobre 2013 che riporta – più che lo “studio” – una sorta di indagine poliziesca sui percorsi editoriali propri del mondo dell’open access.

Con questa espressione – per chi ancora non fosse informato – si intende il modello di editoria scientifica che prevede che sia l’autore (o la sua istituzione) a pagare per pubblicare e non il lettore (o la sua istituzione) a pagare per leggere. Il Wassee Institute non esiste nella realtà ma solo nella fantasia di John Bohannon (Contributing correspondent di Science) che – firmandosi con l’improbabile nome di Ocorrafoo Cobange – ha sottoposto un articolo sempre impercettibilmente diverso a 304 redazioni di riviste open access scelte tra quelle indicizzate in due diversi database, la Directory of Open Access Journals (DOAJ) e quello curato da Jeffrey Beall, un bibliotecario della University of Colorado. Bohannon – pardon: Ocorrafoo – ha fatto davvero le cose per bene: non soltanto ha lavorato con intelligenza al proprio pseudonimo e al nome dell’istituzione (nonostante l’apparenza sono felici sintesi tra Swahili e altre lingue africane) ma ha anche costruito uno studio di impostazione tradizionale ma suscettibile di essere declinato in n diverse versioni col solo intervento di un software.

Ilcappello soldi_154359453 risultato? Senza contare le redazioni più pigre – dalle quali Cobange attende ancora risposta – 157 riviste hanno più o meno rapidamente accettato il lavoro laddove solo 98 lo hanno rifiutato nonostante Bohannon avesse inserito ad arte alcuni madornali errori.

Nel 60% dei casi l’autore non ha visto traccia di peer review: nessuna richiesta di modifica, cambiamento o chiarimenti. Grande entusiasmo da parte delle redazioni di riviste indiane (dell’India, non dei pellirosse): 64 accettazioni e solo 15 rifiuti. Nessuna maggiore severità a casa degli editori più noti: le riviste di Elsevier, Wolters Kluwer e Sage hanno accettato il lavoro senza colpo ferire.

Il mondo editoriale scientifico sembra davvero un selvaggio west dove l’autore è il ricercato: basta che paghi.

Quali reazioni all’inchiesta di Bohannon?

“It is frustrating that a high-profile publication such as Science has published this article, which reads to me as an authorial and editorial hostility against legitimate open access publishing through biased reporting” ha scritto Ernesto Priego nel blog della London School of Economics. A suo parere, quello di Science è un approccio distorto e condizionato dai propri interessi: la qualità della revisione critica non ha nulla a che vedere con l’open access. Dello stesso parere Tracey Brown di Sense about Science: “Bohannon’s ‘sting’ is not a commentary on Open Access but on unscrupulous publications and vanity publishing being unshackled by the changing and fluid scholarly market place.” Critico anche lo Higher Education Network che, sul Guardian, puntualizza che il punto cruciale è il sistema della peer review: ” But Science misread the cause, which was not about making the results of research freely available via open access, but the meltdown of the peer review system. We need change. It’s the digital age that allows that change, and the very best open access journals that are leading the development of new approaches to peer review.” A sostegno di questo punto di vista è la risposta negativa di una tra le più famose riviste ad accesso aperto, PLoS One, il solo periodico – ammette Bohannan – a puntare l’indice sugli aspetti etici dello studio.

Sembra dunque che Science abbia voluto fare un dispetto al mondo dell’open access così alternativo al modello tradizionale delle riviste accademiche. Il sospetto è fondato. La domanda resta inevasa: una peer review così farlocca è propria delle riviste open?

“It could have been any journal”, ha commentato l’ex direttore del BMJ, Richard Smith.

Comments

5 Comments

Paola De Castro

Questo fascicolo di Science è stato immediatamente oggetto, da più parti del mondo, di accese discussioni, a favore o contro, eppure da quale pulpito proviene!
Che l’accesso aperto sia un grande vantaggio per tutti è ormai fuori discussione, se mettiamo da parte quei “publisher” poco lungimiranti che lo considerano ancora come ostacolo al mantenimento di modelli economici basati su logiche d’altri tempi e tuttavia ancora molto vantaggiosi per alcuni.
E’ altrettanto fuori discussione che la “peer review” contribuisca a migliorare la qualità degli articoli, eppure… qualcuno ha voluto farsi gioco sia della “peer review” che del prestigio di tante belle riviste ad accesso aperto. Si dimentica che la qualità non è direttamente legata all’accesso, e si gioca su questo equivoco: da sempre sono esistite riviste di scarsa qualità, ma oggi con Internet è tutto più evidente, ed anche più rischioso nel senso che i danni derivanti dall’assenza di responsabilità possono risultare incontrollabili; pensiamo ad esempio alle riviste “predatorie” che meritano di essere pubblicamente messe alla gogna.
Perché Science ha accettato di pubblicare la storia di questa tremenda bufala? Una provocazione? Un tentativo di mischiare le carte? Una denuncia dell’incontrollata proliferazione di riviste di nulla qualità? Un monito per riflettere sull’infallibilità dei processi di revisione editoriale? O forse tutto questo insieme?
Certamente vale la pena di leggerlo questo fascicolo, che è anche tradotto in italiano su Le Scienze http://www.lescienze.it/news/2013/10/04/news/riviste_open_access_mancato_peer_review-1835164/
e di farsi un’idea propria di ciò che sta accadendo in questo travagliato mondo della comunicazione scientifica.

eugenio santoro

Science avrebbe dovuto richiedere che lo stesso esperimento fosse fatto inviando gli stessi articoli alle riviste tradizionali. Solo con un reale confronto tra riviste open access e riviste tradizionali si sarebbe potuto isolare l’effetto “open access” da quello della “peer review”. E magari così avremmo potuto scoprire risultati analoghi anche sulle riviste tradizionali. E’ chiaro che lo scopo di Science nel pubblicare era quello di gettare discredito sulle riviste “open access”.

fedro peccatori

Sono d’accordo con Eugenio, ma è anche pur vero che quasi tutte le riviste open access richiedono il pagamento di un fee per poter pubblicare. Il dubbio che il sistema della editoria scientifica online sia proliferato non per diffondere la conoscenza a tutti, ma per aumentare i profitti di alcuni è quindi legittimo. Purtroppo mi sembra che il sistema pay and publish stia prendendo sempre più piede e che la peer review di queste riviste sia in realtà una poor review. Sempre che venga davvero fatta.

Eugenio Santoro

Un’analisi facile facile però l’autore dell’articolo avrebbe potuta farla: incrociare l’incidenza di rifiuti (o accettazioni) per impact factor delle riviste. PloSOne glielo ha rifiutato. E’ probabile che ci sia una correlazione tra incidenza di rifiuto e IF, con le riviste a maggior IF che hanno rifiutato l’articolo e quelle a minore IF che lo hanno accettato. E’ vero che il sistema pay and publish sta prendendo piede, ma alla fine sono le riviste a maggiore IF (con tutti i limiti dell’IF) a fare la differenza. Indipentemente, pobabilmene dal modello di pubblicazione.

Alberto Tozzi

Avete letto il commento di Eysenbach? Tuttavia molti non sono ancora convinti…

http://gunther-eysenbach.blogspot.ca/2013/10/unscientific-spoof-paper-accepted-by.html


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