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Se Harvard lavora (solo?) per la BBC

Su cento studenti, a 25 piacerebbe fare ricerca ma, anche tra questi più interessati, solo uno su quattro saprebbe dire come funziona il finanziamento di uno studio. È uno dei risultati di un’indagine su una coorte di allievi della facolta di medicina dell’università di Edinburgo, pubblicato sul Lancet prima dell’estate. La vita da ricercatore è dunque una prospettiva attraente per il giovane studente? Forse sì e potrebbe essere un effetto della politica di alcuni centri universitari che si propongono in maniera sempre più disinvolta e aggressiva: “Molte università stanno diventando indistinguibili dalle Contract Research organizations” ha tweettato Richard Smith dal congresso sulla Peer Review and Biomedical Publication.

Many universities are becoming indistinguishable from contract research organisations. Richard Smith

University of californiaEppure è sempre più frequente la diserzione di giovani in gamba che – all’intrupparsi in corsi di laurea dai titoli improbabili – preferiscono accademie culinarie, viaggi intorno al mondo o master in Facebook+Twitter marketing. E se l’università in genere non vive giorni felici, le facoltà mediche sono tra quelle che stanno peggio: “Despite the great principles we stand for and the remarkable work we have done, academic medicine is in great peril—from unprecedented budget cuts to education, flat budgets for research funding, and declining clinical income”, ha scritto MR Laret sul JAMA Internal Medicine.  “As a result – prosegue – we are seeing some of our best and brightest young scientists completely discouraged about an academic career. They are saying to us, in short: “Yes, we appreciate and admire what you do—cutting-edge research, training excellent physicians and other caregivers, providing exceptional medical care. Keep it up. Do more of it and do it better. And by the way, we’re cutting what we pay you to get all of this done.”

Le domande poste da Laret vanno dritte al punto: davvero la University of California ha bisogno di 6 diversi comitati etici o di 6 distinte facoltà di medicina portate avanti da 6 diversi corpi docenti? Non si potrebbe lavorare insieme, forse con migliori risultati e certamente a costi inferiori? È una domanda che potrebbe essere estesa a 141 facoltà di medicina. E non si potrebbe ricercare una collaborazione tra le facoltà di medicina, infermieristica, farmacia, odontoiatria, sanità pubblica in maniera tale da accrescere la formazione degli studenti, preparandoli meglio ad un futuro basato sul lavoro di squadra o ad un’assistenza che si rivolga alla popolazione?

Una delle questioni principali è il controllo dei costi e anche alla medicina universitaria si chiede di ridefinire l’assistenza tenendo d’occhio sì, l’eccellenza delle cure, ma anche la loro sostenibilita sociale e economica. Laret sostiene che questa quadratura del cerchio non sia possibile e arriva (addirittura!) a mettere in dubbio che, in un’ottica di “optimal care”, si possa identificare e eliminare gli “sprechi”. “Everyone would agree that an intervention that provides no net patient benefit, or does more harm than good, is wasteful from any perspective. Disagreement arises over which interventions are in that category. The bulk of the savings in cost of care, however, are to be realized by eliminating interventions that offer the prospect of some benefit to some patients, but the expected benefit is less than the expected cost. Here too, more detailed, sophisticated research, free of politics, is needed to identify which interventions for which patients are in this category.”

In definitiva, il punto controverso non è tanto nell’eliminazione degli sprechi dall’attività clinica: interventi basati sulle abitudini e non sulle evidenze scientifiche, prescrizioni diagnostiche e terapeutiche sollecitate da un atteggiamento difensivo nei confronti dell’assistito e così via); i problemi maggiori nascono da una ricerca ipertrofica che, come obiettivo degli studi, stabilisce esiti decisi in maniera strumentale, con l’obiettivo prevalente di ottenere risultati che possano semplicemente essere pubblicati anche se non interessano a nessuno.

Harvard: Source of studies quoted on BBC. Teju Cole

Harvard_UniversityUn articolo di Victor R Fuchs, questa volta sul JAMA, sembra rispondere a Laret: “The shift from medical to social optimal care poses a sharp challenge to the research agenda of the AHC; when social optimum is the criterion, the task is much more formidable. Success will not be determined by showing some benefit from an innovation, but will require showing how much benefit for a specific patient. Only those innovations for which the benefits equal or exceed their cost will be regarded as a success.” Una ricerca mal disegnata o utile solo a chi la conduce non soltanto spreca risorse che potrebbero essere destinate a studi importanti, ma innesca un vortice di consumi sanitari che finisce col penalizzare ulteriormente le ricerche successive. Molte università, anche prestigiose, non frenano la tentazione dei propri ricercatori a condurre (e pubblicizzare) studi inutili.

Viene in mente un tweet di Teju Cole, l’autore di Città aperta, che si è divertito ad aggiornare il Dizionario dei luoghi comuni di Flaubert: “Harvard: fonte di studi citata dalla BBC”.

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Va beh, mi hanno invitato a farlo girare... So’ ragazzi, questi di @forwardRPM , come fai a dirgli di no? twitter.com/forwardrpm/sta…

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…