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Le cene romantiche degli scienziati

Un piccolo tavolino sul mare con i piedi nell’acqua. Polipetti con polenta. Passata di pomodoro col basilico. Polpettine di carne come le preparava la mamma. Contorno di carciofi. Panettone e gelato di crema con le fragole. Niente pane. Se possibile un’insalata di mare. Un menu un po’ scombicchierato e senza stagioni, è il caso di dire: valle a trovare, le fragole, in tempo di panettone. E quei piedi nell’acqua.

Piedi_leggeraAd Affari di gola, Giuseppe Remuzzi ha parlato del suo rapporto con la tavola; confessioni sempre più frequenti da parte di intellettuali, scienziati, uomini di cultura, che preferiscono affidare se stessi alla stampa laica più che alla letteratura scientifica. Ventisette lavori indicizzati in Medline nel 2013 per quello che il Lancet definì il “pioniere della nefrologia“; tra questi, però, pochi lavori autoriali e molti studi collaborativi multicentrici. Quasi più numerosi gli interventi di Remuzzi sul Corriere della Sera. E’ una conferma del trend che vede l’editoria scientifica sempre più frequentata da una moltitudine di dilettanti allo sbaraglio e spesso disertata (o quasi) da chi avrebbe realmente qualcosa da dire.

Per diverse ragioni:

  • spesso, chi ha qualcosa da dire non ha più bisogno di pubblicare
  • chi non ha bisogno di altri titoli è stanco di sottoporsi alle forche caudine di peer review sempre più improbabili
  • le riviste scientifiche non le legge più nessuno: molto meglio apparire sulla Gazzetta.

Scientists don’t have time for science any more. John P. A. Ioannidis

Scrive Francesco Magris in La concorrenza nella ricerca scientifica:

“Un articolo sull‘Economist o un editoriale sul New York Times possono rivelarsi un canale di divulgazione preferenziale, il cui impatto sull’opinione pubblica è forse maggiore di quello di un lavoro pur apparso su riviste economiche del calibro di Econometrics o dell’American Economic Review. Il successo – specialmente in termini di vasta diffusione mediatica – può talora indurre a volgarizzazioni semplicistiche, ma può anche essere un veicolo per trasmettere un pensiero economico sì da renderlo operativamente efficace e capace di incidere sulla realtà.” Magris prosegue facendo l’esempio di Paul Krugman: “La sua grande popolarità è dovuta in gran parte ai taglienti interventi sul New York Times e a una serie di libri e saggi rivolti al grande pubblico, in cui egli affronta i problemi economici ed espone le sue teorie in maniera chiara, semplice e accessibile”.

D’accordo, il NYT non sarà Affari di gola, ma il punto non è questo. Piuttosto, potrebbe essere vero quello che sostiene John P. A. Ioannidis: “Scientists don’t have time for science any more”. Il prossimo passo sarà quello che lo stesso Ioannidis prefigura in un Commento su Nature: Fund people not projects.

Il sistema della valutazione della ricerca, spiega Magris in modo semplice ma convincente, “induce gli studiosi a concentrarsi su lavori di minore importanza, ma di più immediata pubblicabilità e visibilità”. Le dinamiche attuali sono autoreferenziali e proteggono la ricerca che si snoda lungo binari consolidati che, possibilmente, non diano fastidio; anche per questo nascono ogni anno circa 700 nuove riviste “scientifiche” (due al giorno!) anche approfittando della relativa semplicità del modello di editoria open access: lettori non ce ne sono, ma di autori sono piene le università. “Sarebbe più democratico un processo di valutazione che includesse un giudizio puntuale di ogni singolo elaborato non troppo influenzato dal dove quel lavoro sia apparso”, sostiene Magris. Se Affari di gola potrebbe non funzionare, il Corriere della Sera o l’Economist perché no?

Non dovrebbe contare la quantità di quello che si è pubblicato – con buona pace dell’H-Index o dell’Impact factor – ma la qualità di ciò che si pensa e dei progetti ai quali si lavora: la credibilità di un ricercatore si rafforza di più con un’intervista sul suo tempo libero pubblicata su un quotidiano che con l’ennesimo articolo inutile che nessuno legge (men che meno i commissari di concorso).

Come scrive Ioannidis, “Judging scientists by the size of their portfolio is equivalent to judging art by how much money was spent on paint and brushes, rather than the quality of the paintings”.

 

 

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…