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Gli occhi di un fotografo sono diversi

Luigi Ghirri (1943-1992) è stato uno degli artisti italiani più importanti per il rinnovamento del linguaggio fotografico non soltanto nell’ambito dell’interpretazione del paesaggio ma più in generale per la testimonianza sul mondo. Dal suo lavoro, nel clima culturale fotografico italiano dei primi anni Ottanta, nacque l’idea di un progetto, Viaggio in Italia, che vide la luce ufficialmente nel 1984 con la collaborazione di diversi fotografi tra i più innovativi di quegli anni.

Alcuni anni fa andai a trovare Paola Borgonzoni Ghirri, amica e moglie di Luigi; con lei passai un bellissimo pomeriggio nella casa di Roncocesi, in mezzo alla campagna, ricca di libri, una grande cucina, decine di migliaia di negativi ancora da classificare. Una casa piena di ricordi e anche di progetti…

La fotografia di Ghirri suggerisce riflessioni, anche se lui sosteneva che la fotografia è “un’arte semplice” che non dovrebbe essere spiegata…

Ghirri_casaCredo fosse un suo vezzo, anche se talvolta si riferiva a critici d’arte che tendevano a complicare l’interpretazione delle sue opere. Forse semplicemente era un altro modo per sfuggire a un’etichetta, o al vedersi assegnato uno stile. Si irritava nel sentir parlare di una “Scuola Ghirri”, anche per rispetto a quelli che erano considerati suoi allievi, Olivio Barbieri o Giovanni Chiaramonte, dispiaciuti anche loro di essere considerati “allievi del maestro”. La fotografia di Luigi ha cambiato la fotografia italiana ma non credo abbia creato degli epigoni. Il suo lavoro ha aperto una bella stagione della fotografia italiana agli inizi degli anni Ottanta, ricca di bei progetti; Viaggio in Italia resta un bel libro, una bella riflessione sul paesaggio del nostro Paese legato ad una delle più belle mostre di fotografia mai realizzate al mondo. Coincideva col suo desiderio di portare la fotografia italiana al di fuori dei confini italiani.

Vuoi dire che dare respiro alla rappresentazione fotografica del Paese era allora un impegno collettivo di un gruppo di artisti?

Per comprendere questo loro sforzo dobbiamo pensare che, già in quegli anni, i fotografi americani potevano vivere del loro lavoro di artisti, ma questo non era possibile quasi a nessun fotografo italiano. La speranza era che, attraverso il formarsi di un gruppo che lavorava in una certa direzione, le cose sarebbero state più semplici. Così è successo per il cinema, sia in Italia ma anche per esempio in Germania dove il cinema è uscito dal Paese per forza di un gruppo, perché c’era Fassbinder e Wim Wenders ed Herzog. In Italia invece si ha la tendenza a farsi la guerra, e finisce per essere una guerra tra poveri, molto spesso.

La parola respiro, che abbia detto prima, mi fa pensare a Infinito, la serie fotografica di 365 immagini di cieli: uno al giorno, per un anno. Com’è nato il progetto?

L’idea di Infinito luigi_ghirri-infinito2è nata quando Luigi ha trovato da un rigattiere a Modena un libro di preghiere con una agenda, un quadernino di una donna modenese dell’Ottocento, in cui questa nobildonna aveva annotato esclusivamente le condizioni climatiche. Tranne qualche invito a pranzo o qualche persona incontrata, lei aveva segnato praticamente solo le condizioni atmosferiche: bella giornata, pioggia, neve, nebbia, sereno. Non altro. Questo diario ha suggerito a Luigi un lavoro sull’impossibilità di fotografare la natura; ha scattato le foto nello stesso punto ma non alla stessa ora.
È un atlante cromatico di un cielo del 1974 ma non esiste “il” cielo in assoluto del ’74, ognuno ha il proprio cielo, che ha visto e vissuto. Come il cielo, è infinito il suo archivio: 190 mila scatti e possibilità infinite di costruire narrazioni. Del resto, le mostre cosa sono se non dei grandi racconti?

Racconti in cui la lettura e l’interpretazione di chi guarda ha non meno importanza del punto di vista dell’artista…

Penso a uno degli ultimi progetti coltivati, in occasione di una Triennale di fine anni Ottanta dedicata al tema della “Metropoli”. Aveva immaginato con Luigi Cerri una grande slot machine, un grande totem a 5 cilindri, sui quali avrebbe attaccato fotografie dando la possibilità ai visitatori di giocare d’azzardo. La casualità avrebbe creato comunque racconti. Così nel libro che esce in questi giorni negli Stati Uniti e in Italia, in cui la curatrice americana ha raccolto immagini antologiche sovvertendo la prassi tutta italiana di ricostruire filologicamente il lavoro di un artista.

Ma come fotografava Ghirri? Cercava luoghi o cose?

Di solito, fotografava in base a progetti. Soprattutto negli anni Settanta. La macchina fotografica era un oggetto che gli permetteva di esprimere pensieri. Ha avuto modo di organizzare la prima parte del proprio lavoro per la grande mostra antologica del 1979 a Parma; è stata la prima volta in cui ha anche scritto sul suo lavoro. Poi la vita lo ha portato al sud; la prima volta che ha visto Napoli è stata quando la Young & Rubicam l’ha incaricato di un lavoro per l’ente provinciale del turismo della città nel 1980. Non era mai sceso al di sotto di Roma, e in quella occasione ha scoperto il “Gran tour” e il paesaggio italiano. La “rivelazione” di Capri lo ha motivato a lavorare seriamente sul paesaggio italiano, concentrandosi poi su certi aspetti del Meridione con l’attenzione di chi fa un rilievo. D’altra parte lui era un geometra e anche i suoi lavori, dalle fondamenta alle rifiniture, sono delle costruzioni, vere e proprie.

Rivelazione attraverso la rilevazione…

Era la neceGhirri_San Pietro in Vincolissità di rappresentare il paesaggio italiano in un modo diverso rispetto alla tradizione, al modello degli Alinari; un’Italia fatta non esclusivamente da monumenti ma anche da periferie, margini, da non luoghi. Paesaggi in cui soffrivamo difficoltà ma si era capaci di sogni. Con gli anni Ottanta molte di queste speranze condivise si sono dissolte e così diceva agli amici “Sono stanco di andare in giro per il mondo, ora mi fermo qua e aspetto che il mondo arrivi in questa casa”. Addirittura voleva che sopra la porta scrivessi la frase di una canzone di Dylan che è Shelter from the storm, riparo dalla tempesta. Sono contenta che questa casa sia diventata alla fine, anche senza di lui, un luogo dove il mondo è arrivato, piano piano, gli amici poi gli studenti, poi giornalisti, poi nuovi amici, così che è un luogo dove si lavora in cucina, dove si fanno i libri in cucina …

Con quale occhio fotografava la realtà?

Quando iniziò a fotografare i giardini, le “colazioni sull’erba”, le periferie di Modena, nei primissimi anni difendeva la libertà di una persona di… ma sì, di mettersi i nani nei giardini, che lui, d’accordo avrebbe poi fotografato ma con sguardo amorevole nei confronti di questi strani tipi che 0tagliavano una siepe a forma di cigno… Il lavoro di quel periodo viene molto spesso paragonato a quello di Martin Parr che però ha uno sguardo più snob, molto critico rispetto a questa umanità, a questo modo di stare al mondo. Luigi non si è mai tenuto fuori dalla scena, ha sempre “solo” fotografato.

Rispettando l’ingenuità del kitsch?

Si parla spesso del suo fotografare il kitsch o il banale quotidiano; l’ha sempre fatto non tirandosi mai fuori dalla scena e con tenerezza, ironia, intelligenza, amorevolezza proprio nei confronti del mondo e dell’umanità. Proprio “umanizzando”, rendendo attraenti o comunque abitabili luoghi ostili, difficili o opprimenti. Le sue fotografie sono sottolineature, un invito perenne a guardare il mondo e a pensarci su, a spostare il punto di vista e a osservare il mondo con una luce e con un’altra.

Questi sguardi di quiete erano legati a un atteggiamento di lentezza nel vivere quotidiano?

Forse a una capacità di muoveGhirri_versaillesrsi nello spazio in modo particolare, con discrezione e sempre con un progetto preciso. E a una conoscenza incredibile delle caratteristiche della luce. Passavamo in un posto in automobile e diceva: “Qui devo tornare tra un mese alle 5 del pomeriggio”.

Nel lavoro degli anni Ottanta sul paesaggio c’è la foto molto conosciuta della reggia di Versailles: è parte di un lavoro fatto in tre giorni, è il primo fotogramma di un rullino da 12 immagini; non ha fatto un’altra esposizione anche se non usava esposimetro.

Sono particolari, gli occhi di un fotografo?

I suoi lo erano e io li ho chiusi. Un gesto visto mille volte in televisione o al cinema, ma farlo sulla persona che si è amata così tanto e a chi nella sua vita aveva solamente guardato e pensato solo attraverso i suoi sguardi è stata la cosa più drammatica della mia vita ma anche di una naturalezza sconcertante.

Le affinità e le amicizie sembrano accorciare la distanza e una delle cose che più seducono di Ghirri è la distanza dialettica tra il grande e il piccolo, fra la fascinazione dello sbarco sulla luna e l’attrazione per i propri spazi privati…

Era, la fotografia, la sua lingua, che non aveva bisogno di essere tradotta e continua a dire, a comunicare, a raggiungere persone, giovani annullando distanze nella magia tra infinitamente piccolo e infinitamente grande.

Il modo di fotografare Luigi-Ghirri-Roncocesi1992-300x209di Ghirri è l’ideale per fare avvicinare al mezzo fotografico. Non credi che la sua poetica artistica sia utile per accorciare la distanza di noi dal mondo?

Penso di sì e credo che il suo lavoro dica che tutti “possiamo”, basta guardare. L’importante è saper vedere e poi mettere in fila le immagini, la cosa fondamentale. Non ha mai lavorato per fare la “bella fotografia”, gli interessava piuttosto costruire libri o mostre come fossero idealmente dei possibili libri da leggere col tempo di lettura di pagine di libro.

Due modi simili di guardare, potendo andare sfogliando o camminando avanti e indietro… “Mi sono sentito come un viaggiatore, in attesa di un treno, non sapendo se il treno in cui si salirà è per andare o per tornare”.

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Parlando, ci spostammo in gLuigi-e-Paola-Fotografia-di-Claude-Nori-1990.jpg-media-300x200iro per tutta la casa. Prima in cucina, al piano di sopra, per non disturbare la figlia che studiava. Poi alle finestre, che guardavano sui quattro lati della casa paesaggi diversi. Poi alla cassettiera delle fotografie: migliaia di negativi.

Paola teneva a mostrarmi due immagini, soprattutto. Una foto di Claude Nori, scattata nel 1990, due anni prima che Luigi morisse: “Guarda com’ero carina”. Poi scendemmo al piano terra, nello studio zeppo di libri, di carte, di manifesti. Era lo spazio adatto per guardare insieme l’ultima immagine scattata dal marito, il giorno della sua morte, durante una passeggiata non lontano da casa: un fossato visto in prospettiva, come tante altre fotografie di Ghirri scattate nella pianura o sulle spiagge. Paola era già malata ed è mancata l’8 novembre 2011.

Chissà perché, nella mostra al MAXXI di Roma, non ho trovato né il suo nome né l’ultima serie di scatti di Luigi Ghirri.

 

Comments

2 Comments

franco galanti

mi spiace non capire chi ha scritto qs ricordo interessante di un appassionato di fotografia.
Gli occhi di chiunque possono essere diversi per semplice capacità di osservazione, e la questione l’ambisce anche l’arte medica e la comunicazione scientifica. Personalmente cerco di collegare la mia attività di medica con lo sguardo sul mondo per altre vie, cosa piuttosto difficile nella mia esperienza. Forse, narrative based medicine … A qs proposito, chiunque interessato è invitato a una mia mostra personale di disegni e sculture, in corso a Parma (PR) aperta fino al 12/05/2013, in via Farini galleria dell’associazione culturale ’99.
senza impegno, grazie
franco galanti,
medico ospedaliero

Ldf

I post hanno firma un po’ … invisibile, è vero. Comunque, la sigla LDF in chiusura di ogni contenuto sta per Luca De Fiore. Come spieghiamo nell’About del sito, la cosa migliore è Googlare il nome.
http://dottprof.com/about/ – Grazie sinceramente della assiduità con cui segue dottprof


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Va beh, mi hanno invitato a farlo girare... So’ ragazzi, questi di @forwardRPM , come fai a dirgli di no? twitter.com/forwardrpm/sta…

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Luca De Fiore

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tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…