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Servono slides? Fai come Le Corbusier

Quelle diapositive dietro di noi sono dei guardiaspalle: danno sicurezza, indicano la strada dove andare, dettano i tempi, danno il ritmo. Ci illuminano da dietro e nascondono brufoli, zampe di gallina e il tempo che passa. Sono il moderno suggeritore dalla buca, coperta di Linus, oggetto transizionale per ogni relatore. Peccato che ci hanno proprio stufato.

Le Corbusier_1934

Era la sera del 19 giugno del 1934 al Circolo Filologico Milanese. Le Corbusier sintetizzò su sei grandi fogli di carta la propria visione urbanistica, quella che poi espose nell’opera La Ville Radieuse che uscì l’anno seguente. Centosessantacinque centimetri per duecentoquaranta utili per degli schizzi con gessi colorati. Esposti alla mostra invernale del MAXXI (L’Italia di Le Corbusier) fanno riflettere su com’è cambiato il modo di parlare in pubblico: in peggio, ovviamente. Oggi, qualsiasi argomento è ridotto ad un elenco di punti. Primo, secondo, terzo e quarto. Così il relatore non perde il filo e chi assiste è confortato dall’illusione che anche i problemi più complicati siano risolvibili mandandone a mente i nodi. Uno alla volta: primo, secondo, terzo e quarto (quando sei fortunato, che delle volte non si fermano neanche al decimo). È che sono comode, le dispositive. Le prepari una volta (o te le fai preparare) e le riusi a oltranza, incurante della noia provata sia da te sia da chi finge di ascoltarti.

Le Corbusier_Tavola_BottoniD’accordo: mica tutti sono Le Corbusier. Ma di questo passo non ne nasceranno più, di persone del genere. La capacità di dar forma alle idee non è innata e va coltivata: è necessario conoscere bene l’argomento di cui si intende parlare, studiarlo a fondo, comprendere le relazioni tra i diversi aspetti che lo compongono. C’è bisogno di capire i rapporti di causa ed effetto dei processi, anche per non cedere alla tentazione di credere che tutto sia sempre interconnesso riempiendo così il foglio bianco di frecce. E’ importante vivere con fogli bianchi a portata di mano, siano quelli dei taccuini con la copertina nera o quelli di semplici blocchi, meglio se quadrettati. E matite, tante matite colorate con le quali allenarsi a costruire il proprio alfabeto di simboli: se necessario aiutandosi con chi si diverte a disegnare icone e sceglie di condividerle gratis con noi [per esempio qui]. Di consigli ne dà molti, e preziosi, David Sibbet, nel libro Visual Meetings: How graphics, sticky notes & idea mapping can transform group productivity. Le immagini riprese dal libro danno un’idea del senso del suo lavoro.

Ragionare per immagini e associando i pensieri a metafore capaci di aiutarci a comunicare non è detto sia un’alternativa all’uso delle slides. Potrebbe essere una tappa di avvicinamento alla preparazione di diapositive migliori. Il problema è tornare a riflettere prima di parlare: sembra ovvio, ma non lo è.

Su McSweeney, Ross Brown ha scritto una nota divertente: “Your ransom-note-like use of multiple fonts and sizes on each slide led us, the viewers, to identify not with the content but with the feeling of being trapped and held hostage, our freedom being contingent on our ability to appear to understand your many indecipherable charts and graphs. With this quick nod to Stockholm syndrome, we began to feel for you as our captor and, eventually, as our fellow prisoner.”

Chi ci ascolta non ha fatto nulla di male, in fin dei conti: non consideriamolo un prigioniero.

 

 

 

 

 

 

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
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