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Non resuscitare

Lauree in Biologia e Chemical Engeneering a Stanford, in Medicina alla Johns Hopkins e dottorato in Sociologia e laurea in Filosofia al King’s College di Oxford. Dopo una “residency” alla Columbia University è tornata alla Clinic di Baltimora, anche se continua a fare avanti e indietro con la Gran Bretagna. Insomma, una tipa esagerata. Elizabeth Dzeng è una ragazza da tener d’occhio e non è difficile: oltre a suonare la viola e il piano, a vogare e giocare a pallavolo, ha anche iniziato a curare un blog per Huffington Post e a collaborare a The Indipendent.

DoctorNel dottorato in Sociologia sta seguendo un progetto di ricerca su una questione delicata: l’ordine di non rianimare (Do Not Resuscitate – DNR) che il medico può scrivere nella cartella clinica di alcuni malati. In un articolo sul quotidiano inglese (leggilo qui, se vuoi), Dzeng riferisce il caso di una donna di 63 anni, ammalata di cancro del polmone allo stato terminale, che in un incidente d’auto ha riportato la frattura del collo. Per due volte i medici ospedalieri hanno scritto l’ordine DNR sul record della paziente a dispetto del desiderio dell’interessata e dei familiari (ne ha diffusamente parlato la stampa britannica).

Questione delicata e molto controversa. Ai primi di marzo di quest’anno, un articolo uscito sul New England Journal of Medicine ha dato risultati “confortanti” che indicano un aumento delle probabilità – rispetto al passato – che le persone di oltre 65 anni sopravvivano ad un arresto cardiaco e siano ancora in vita a distanza di un anno. Lo ha discusso anche il New York Times sottolineando però l’assenza di dati attendibili sulla qualità della vita di questi anziani, che in quasi il 50 per cento dei casi subiscono danni cerebrali conseguenti alla mancata ossigenazione del cervello.

Seguendo il buon senso, in casi come questi, il medico rischia grosso: è molto frequente che coniugi e figli non si arrendano alla evidenza di una morte inevitabile e imminente e chiedano al personale sanitario di fare “qualsiasi cosa” per tenere in vita il proprio parente: anche fargli del male. Il giuramento ippocratico vieterebbe al medico di assecondare richieste di questo tipo prendendo decisioni che non hanno nulla a che fare con il “razionamento” delle prestazioni sanitarie per ragioni economiche. È piuttosto in discussione la sostenibilità umana del curare ad ogni costo. 

Mi rendo conto di scrivere questi appunti la sera della vigilia di Pasqua. Chissà quanto conta, in un Paese così intriso di religione come il nostro, la devozione all’atto del “resuscitare” (in inglese rianimare può tradursi con to resuscitate) nel rifiuto dell’astensione dall’intervenire per prolungare la vita ad un morente.

Non riuscendo a praticare la regola del “Less is more” nei confronti de malati, il medico (almeno) la segue per quanto riguarda se stesso. Pochi, come i medici, sono rispettosi della normalità del morire e scelgono di ridurre al minimo indispensabile gli interventi sanitari su se stessi. Ecco cosa ha scritto Ken Murray, docente di Family Medicine alla University of California in un blog molto interessante:  “Almost all medical professionals have seen what we call “futile care” being performed on people. That’s when doctors bring the cutting edge of technology to bear on a grievously ill person near the end of life. The patient will get cut open, perforated with tubes, hooked up to machines, and assaulted with drugs. All of this occurs in the Intensive Care Unit at a cost of tens of thousands of dollars a day. What it buys is misery we would not inflict on a terrorist. I cannot count the number of times fellow physicians have told me, in words that vary only slightly, “Promise me if you find me like this that you’ll kill me.” They mean it. Some medical personnel wear medallions stamped “NO CODE” to tell physicians not to perform CPR on them. I have even seen it as a tattoo.”

Sembra la condanna del medico onesto, quella di non riuscire a spiegare le ragioni di una Medicina sobria. E proprio stasera sembra di sentire Jannacci: “L’importante è esagerare, sia nel bene sia nel male, senza mai farsi capire”…

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Luca De Fiore

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