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Hta “de noantri”: meno si fa, meglio è

“Less is more”: vale anche per l’Health Technology Assessment. Perlomeno nella versione “de noantri” alla quale ci stiamo abituando nel nostro Paese. Quali sono i problemi?

L’HTA è costantemente messo in relazione alla scarsità di risorse economiche. D’accordo: ci sono pochi soldi in giro. Ma se ce ne fossero di più, valutare interventi e prestazioni sanitarie sarebbe un esercizio superfluo?

ponte_140470839La dimensione prevalente, tra quelle che informano la valutazione, è quella economica. È un approccio discutibile, anche perché – come sosteneva Archie Cochrane – ogni cura efficace dovrebbe comunque essere gratuita. Efficacia, sicurezza ed equità devono essere le dimensioni cardine. Infatti, se domani qualcuno trovasse “la” cura per una qualsiasi patologia rilevante, la copertura economica dovrebbe per forza essere prevista. Ma parliamo di cura, non di “tempo di sopravvivenza libera da malattia” o di modesti vantaggi marginali.

La valutazione coinvolge economisti e ingegneri quasi quanto i medici. Le fonti di documentazione sono per lo più primarie (sperimentazioni cliniche randomizzate selezionate su Medline o Embase). I database specifici come quelli del Centre for Review and Dissemination di York sono quasi sempre trascurati.

L’attenzione è quasi esclusivamente rivolta a nuovi prodotti, siano apparecchiature diagnostiche o medicinali. Ma Innovazione è soprattutto rivalutare percorsi e strumenti già frequentati o disponibili, ripensandone il ruolo o disinvestendo.

Operatrici e operatori del nursing sono del tutto assenti dal processo di HTA. Un’esclusione immotivata se pensiamo alla sempre più frequente valutazione di dispositivi utilizzati in primo luogo da infermier*.

Documentalisti e bibliotecari sono “operai” utili al solo reperimento delle informazioni. Non partecipano al processo di selezione qualitativa dei materiali restituiti dalle ricerche bibliografiche (sempre che il critical appraisal qualcuno lo faccia).

L’industria farmaceutica e di device vuole avere voce in capitolo, si sente penalizzata dall’assenza di processi centralizzati di valutazione ma supporta limitate esperienze di mini-HTA o di hospital-based HTA che raramente danno garanzia di affidabilità.

Questo è l’Health Technology Assessment prevalente in Italia. A queste condizioni, meno se ne fa e meglio è, perché può nuocere gravemente alla salute.

 

Nota: queste note nascono dall’ascolto dell’intervento di Anna Balduini, documentalista della Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo di Pavia, al convegno GIDIF del 15 marzo 2013. Ecco la locandina.

Comments

8 Comments

Gino

l’ottimo intervento al convegno mi ha dato le stesse tristi conclusioni!

Piero Borgia

Sono stato attratto dal titolo di questo contributo sull’HTA e leggendo le poche righe consultabili sul sito mi è sembrato opportuno un piccolo commento. Le argomentazioni portate dall’autrice sono importanti ed aprono spunti per riflessioni, ma soprattutto, occorre sottolinearlo, testimoniano la necessità dell’uso della lettura critica di quanto viene pubblicato. Tuttavia le conclusioni sono decisamente azzardate: si fanno anche in Italia rapporti di HTA ben organizzati e attendibili. La “disciplina” dell’HTA, questo è vero, è spesso dominata dagli economisti che forniscono punti di vista parziali e frequentemente discutibili, anche perché scarsamente vagliati attraverso l’esperienza di altre professioni. Quest’ultima operazione è quella che costituisce l’essenza dell’HTA altrimenti sarebbe meglio parlare di valutazioni economiche. Oggi l’HTA, che è un approccio più che una disciplina, è in espansione ma è molto giovane e promettente, non scoraggiamone l’uso, altrimenti ci ritroveremo di fronte il panorama di sempre ovvero l’autoreferenzialità e il mercato selvaggio.

Ldf

Caro Piero, mi sembrava che già il titolo spiegasse le ragioni di una necessaria … prudenza nell’incentivare esperienze di “mini-HTA” o – come qualcuno fantasiosamente le battezza – “HTA-like”. Non credo ci sia bisogno di un HTA … de noantri: esistono regole che la comunità scientifica si è data in almeno 20 anni di confronto e che prevedono metodologie rigorose di valutazione. La fretta (il “primario” che sollecita l’acquisto urgente di un nuovo, miracoloso device) è una cattiva consigliera: la valutazione seria richiede mesi e non può prescindere da una ricerca documentale esaustiva, così come da uno studio attento e approfondito delle evidenze reperite. Esistono, come scrivi, esperienze importanti anche in Italia: ma non sono “de noantri”, sono una base di conoscenza utile a livello internazionale.

RP

Sono convinto che la soluzione al problema non sia quella pur giusta di stressare il rigore della metodologia di produzione di un report di HTA quanto quello di ripensare il ciclo di attività di HTA a livello aziendale. Bisognerebbe partire quindi da una seria riflessione su tecniche e criteri di prioritarizzazione al fine di ottimizzare efficienza e sostenibilità economica del processo. Su mini HTA e strumenti-like il quadro rimane complesso per problematiche di natura culturale, formativa, di opportunità e di idonea lettura dei risultati. Chiudo con una questione da lasciare alla discussione: interessa veramente una valutazione delle tecnologie sulla base delle migliori prove di efficacia o forse l’obiettivo ultimo è soltanto quello di ridurre i costi?

Ivana

Il convegno del GIDIF però ha insegnato molte cose: non sarà neanche l’HTA a cambiare il mondo ma forse – e ripeto forse – non è più tempo di cambiare tutto affinchè nulla cambi…Quindi, se qualcosa si sarà costretti a cambiare, o si trovano dei criteri o si fa morire tutto…Io ho fiducia nella “contaminazione”, nel fatto cioè che, sempre più spesso, siano necessari più punti di vista “esperti” sullo stesso argomento, e nel coinvolgimento dei pazienti,che sono sempre meno subalterni…:-)

Ldf

E’ vero: è stata un’occasione molto importante, soprattutto perché ha dato voce ai documentalisti restituendo loro una centralità che evidentemente non è sempre riconosciuta. Bello anche che a quello che definirei lo “smarrimento” di una giovane bibliotecaria abbiano poturo corrispondere le riflessioni conclusive di Vanna Pistotti che non avrebbero meglio potuto dare fiducia in un HTA più multidisciplinare, rigoroso e partecipato.

maurizio gaido

hta e clinical governance sono processi orizzontali e circolari, la sanità viene ancora governata in modo verticale e piramidale senza un reale coinvolgimento di tutte le figure interessate compresi i pazienti

Lucio Patoia

Condivido pienamente tutto quanto detto nell’articolo; più di tutto vorrei sottolineare la necessità di rivalutare le tecnologie/device già in uso ed il loro ruolo nel processo diagnostico. La carenza di tale attività comporta molti sprechi.
Vorrei inoltre mettere in guardia dalle analisi farmaco/tecno- economiche “de noantri”, che consentono di dire tutto ed il suo contrario.


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