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Quello è un genio: quasi quasi lo copio

Di pirla originali, in giro ce ne sono parecchi. Di gente creativa e intelligente, purtroppo, molto meno. I pochi che ci sanno fare davvero, però, sono una grande fonte di ispirazione. A patto di non copiare: non solo è rischioso ma tradisce la fiducia.

CopertineEntri in libreria e inizi a soffrire di fronte alle spianate di libri tutti uguali. Per dire: è bastato il successo del libro sui numeri primi per avviare il diluvio di bambini e adolescenti in copertina. Tutti con quella che Camilla definisce “l’occhiata sghemba”. Fantasia grafica pura, annota Matteo Corradini. In tempi di crisi, l’editoria risparmia sulle collaborazioni grafiche? Forse sì, anche se il crollo dei prezzi suggerirebbe il contrario (incaricare adesso di “disegnare” progetti che si useranno in tempi migliori…).

«Prima ancora di essere bella [una copertina] deve suggerire un’ identità», diceva a Repubblica Marco Belpoliti, che tiene una rubrica divertente sul Domenicale del Sole 24 Ore, proprio sulla veste dei libri. Mica facile: valla a trovare l’identità degli editori. Man mano che si entra nel tema, le cose si complicano, perché – se nel mondo anglosassone ogni libro ha una storia (e una veste) a sé – «in Italia la copertina giusta è quella che assomiglia al suo editore», sostiene Riccardo Falcinelli, art director di minimum fax e di Einaudi Stile Libero. Bel rischio, perché può accadere che una copertina venga copiata (magari ad insaputa della stessa casa editrice) e in questo caso l’editore può trovarsi nell’imbarazzante situazione di somigliare a un ladruncolo.

Copertine Barnes EoChissà cosa è successo alla casa editrice italiana che ha pubblicato un’importante novità con una veste pensata da Suzanne Dean, Creative Director della Vintage Publishing, per uno dei più acclamati libri delle ultime stagioni: The sense of an ending, di Julian Barnes. La Dean ha avuto l’imprudente generosità di raccontare la nascita della copertina dell’edizione originale del Senso di una fine in un video che mostra tutte le ipotesi via via accantonate. Una più bella dell’altra, al punto che qualcuno – curiosando in rete – può aver pensato di sfruttare quel lavoro creativo per fare una bella figura. O una brutta figura.

“Our social tools are not an improvement to modern society, they are a challenge to it.” Clay Shirky ha ragione: gli strumenti per condividere sono una sfida quotidiana vissuta a due livelli – collettivo e individuale. Rispetto solo a pochi anni fa, oggi è tutto più facile: hai a portata di sguardo le migliori copertine del 2012 secondo Print. E se invece al parere dei critici preferissi quello dei protagonisti ecco i giudizi di alcuni tra i grafici editoriali più à la page.

Se non ti bastasse e volessi sapere quali sono le mie – di copertine preferite – ecco una board su Pinterest, che rimanda anche ad alcuni video molto interessanti:

  • Peter Mendelsund che spiega l’idea dietro la copertina di The flame alphabet
  • Paul Sahre che racconta il suo modo di essere graphic designer
  • Chipp Kidd che – in un’imperdibile TED Talk – sostiene che il mestiere di grafico non è una roba da ridere.

La sfida è quella di trarre tutto il vantaggio possibile dalla condivisione senza cedere alla tentazione di prendere delle scorciatoie pericolose. Tra il trarre ispirazione e copiare c’è una differenza sottile ma chiara: nel primo caso sono gli altri prima di te ad accorgersi del tuo debito nei confronti di chi ti ha suggerito una soluzione.

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Va beh, mi hanno invitato a farlo girare... So’ ragazzi, questi di @forwardRPM , come fai a dirgli di no? twitter.com/forwardrpm/sta…

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…