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Le revisioni sistematiche secondo Frank Zappa

Con tutta la roba che c’è in giro, se vogliamo che qualcuno ci dia retta, dobbiamo farci notare.

Ha anticipato di una decina d’anni Russell Ackoff e la “piramide” del knowledge management. Di una quindicina la formulazione della EbM. Di una ventina quella dell’Health Technology Assessment. Di quasi trenta la messa a punto finale della teoria del funzionamento virtuoso dei network elaborata da Pep Guardiola nei suoi anni al Barcellona. Uno degli intellettuali più creativi del Secolo breve, Frank Zappa, non ha mai trascurato la centralità della dimensione quantitativa del reale (basti pensare all’imperdibile opera Tengo na minchia tanta, con cui rese omaggio alla propria origine di Partinico) ed è ritenuto la levatrice della concezione postmoderna di saggezza per i testi di Goose Packard:
“Information is not knowledge / Knowledge is not wisdom / Wisdom is not truth / Truth is not beauty / Beauty is not love / Love is not music / Music is the best”.

Eccola qua: Lucia ha tagliato il video così arrivi subito al punto che ci interessa: Musica come cosa concreta, armonica, fatta insieme.

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Genio ispiratore di Sgt Pepper e di Elio e le storie tese, di lui resta una frase chiave: “Sono un tizio che scrive musica che non riesce a fare eseguire”. Questa affermazione, unitamente alla attenzione per la misurazione quantitativa di cui si è detto in precedenza e alla determinazione a diffidare della transitorietà del dato per l’aspirazione a saperi più condivisi e complessi, fanno di Frank il paladino delle revisioni sistematiche (la frustrazione di scrivere cose senza riuscire a farle “eseguire” condiziona l’esistenza dei più appassionati tra i revisori…)

Frank ZappaMentre a lui, però, sono intitolate strade ad Agropoli e giardini a Grottaminarda, le revisioni nessuno se le fila: secondo Trisha Greenalgh sono noiose (senti chi parla: comunque lo ha scritto qui) Non è una novità, anzi se ne discute da anni, così che da tempo il Working Group della McMaster raccomanda di rispettare la regola delle 3 R nella redazione di qualsiasi documento rivolto al medico o, in generale, al decisore: Reliability, Relevance, Readability (questo articolo è una lettura consigliata).

Greenalgh introduce una novità: il problema principale è nella noia. Fino a oggi si sosteneva che le revisioni fossero “solo” illegibili e spesso non utilizzabili per prendere decisioni o per cambiare i comportamenti clinici. Ma dove si annida il terribile rischio della rottura di palle? Forse nel “genere” della comunicazione; per esempio, la noia non è direttamente legata alla lunghezza: puoi guardare per ore i film di Totò senza stancarti mentre tre minuti di Gasparri ti accoppano. Un dibattito politico è molto spesso noioso, così come un articolo scientifico.

Pensiamo alla struttura IMRaD: è quanto di più distante da quanto si insegna ad un ragazzo che voglia fare il giornalista. Seguendo l’IMRaD, arrivi al succo alla fine, dopo un’estenuante battaglia coi “Materiali e metodi” e un’infinita lotta coi numeri dei Risultati. Ben vengano le cose lunghe, ma ti devono piacere da subito. Se vuoi farti leggere, devi anticipare le tue Conclusioni nelle prime tre righe: i lettori che riuscirai ad acchiappare andranno avanti fino a capire come ci sei arrivato.

Scrivere un articolo per una rivista accademica non è semplice e ancora di meno lo è preparare le diverse versioni di una revisione sistematica ma con un buon allenamento un medico ce la può fare. Preparare un “Take home message” o qualsiasi altro derivato da una ricerca che sia rivolto ai decisori politici o al pubblico è molto più difficile. Occorrono competenze che un ricercatore di solito non ha e ignorando questa evidenza si finisce con alimentare quello che Richard Smith definisce il medical publishing by amateurs: la comunicazione scientifica gestita da dilettanti.

Se non sei convinto, chiediti perché la piramide del knowledge management cantata da Frank Zappa te la ricordi e quella scritta da Russell Ackoff te la dimentichi sempre.

Comments

7 Comments

Laura Amato

Condivido tutto dalla prima all’ultima riga (strofa?) ma soluzioni possibili ce ne sono? Non mi è chiaro.Chiedere ad un esperto di comunicazione di scrivere le rev sis al posto mio è una strada difficile da perseguire, perchè dovrebbe farlo? Corsi di comunicazione ai revisori?
Boh!
Laura

Ldf

Le revisioni sistematiche sono “noiose”? Pace. Uno si arma di pazienza e le “legge” o le consulta nel modo che crede. Sono “difficili da leggere”? Questo è un problema diverso: chi le produce (ricercatori e non altri) può lavorare per renderle più chiare, anche perseguendo la strada di farne diverse versioni (per il ricercatore, per il clinico, per il decisore politico o amministrativo).
Nel post, però, si diceva soprattutto dei “derivati”: informazioni per i cittadini, per pazienti, per i giornalisti. Ciascun target risponde meglio ad un format (testuale, per immagini, video, ecc.) ma anche ciascun tema si adatta di più a format specifici: il “succo” di una SR sulla gestione del delirio cognitivo si rivolgerà elettivamente ad un pubblico diverso da una SR sull’utilità dei seggiolini per bambini nelle automobili. Per ogni “derivato” andrebbe scelta la soluzione migliore.

LC

Condivido nulla dalla prima all’ultima riga. Ci sono milioni di bellissimi lavori, manuali e/o intellettuali, che uno può fare: perchè si deve intestardire a fare ciò che non gli aggrada? Io non leggo una review sistematica a caso, prima di addormentarmi. La leggo perchè vi cerco la soluzione a un problema. E riesco a leggerla sempre con passione. Può essere a volte sufficiente leggere solo le conclusioni; a volte leggere solo l’abstract; a volte leggere l’intera pubblicazione; a volte, prendere carta, penna, righello e computer per farci le pulci e rifare i conti e le analisi statistiche (oh… quante inattese sorpresine!). Se si riescono a scrivere revisioni sistematiche meno noiose, tanto di guadagnato. Ma se non ci si riesce, non vi sono problemi. Addirittura il sottoscritto, in qualche occasione ha riscontrato anche nell’autorevolissima Cochrane alcune pedanti asserzioni troppo “grossolane” e non sufficientemente puntigliose! Questo è – a voler forse esagerare – il problema che riscontro!

Alberto Tozzi

Ecco, questo è un vero tocco di classe. Prometto che dal prossimo corso di epidemiologia in poi aprirò sempre con una clip di Frank Zappa. E il bello è che oltre la citazione di Luca la discografia di Zappa offre un’infinità di altre ispirazioni. Ma se in chiusura usassimo The torture never stops?

Ldf

Le preoccupazioni per la “leggibilità” delle RS sono tutte interne al mondo dei revisori, in realtà. Sia la Straus sia la Greenalgh – le due autrici citate – sono ricercatrici da anni coinvolte nella preparazione di systematic reviews. Come scrivevo nella nota a margine al commento di Laura Amato, il problema vero è nei cosiddetti “derivati” dalle RS che dovrebbero orientare le scelte dei clinici, dei decision makers politici o dei cittadini – sani o malati. Quindi, in sintesi: 1) la RS è un documento tecnico e deve conservare le proprie caratteristiche di forma e sostanza (anche a costo di apparire “difficile”); 2) come per ogni item di letteratura scientifica, sarebbe bello che fossero scritte in modo chiaro e leggibile; 3) i “derivati” dalle RS dovrebbero essere preparati pensando ai diversi utilizzatori, adattando ogni argomento oggetto della RS al tipo di pubblico al quale quella informazione è rivolta.

Elena T

Non è che come spesso accade il tarlo sta nell’evoluzione storica delle revisioni? Mi ricordo nei primi anni della Cochrane Library quando era quasi imbarazzante dire che c’erano poche centinaia di revisioni e tutte in ambito neonatale. Il messaggio che si cercava di passare era che se si fossero trovati dei revisori volenterosi il numero e la varietà di revisioni sarebbe cresciuta. E così è stato, tutto basato sulla voglia spesso volontaristica di tantissime persone che hanno creduto nel progetto trascinati dallo spirito della Cochrane Collaboration. La promessa futura era quella che, accumulati i proventi dalla vendita delle revisioni, questi si sarebbero spesi in attività prioritarie. Forse sulla qualità, leggibilità e prodotti derivati delle RS ne sono stati spesi pochi o spesi male?

Ferdinando Boero

Packard Goose, non Goose Packard. Consiglio la lettura di: Sand-Jensen K. 2007 How to write consistently boring scientific literature. Oikos.; 116:723-7
L’ho valutato per F of 1000:
Why do those who practice science write it so boringly? The author provides a useful manual about how to write a boring article, with a list (containing the usual 10 items) of counter-commandments to enliven science writing.

One of the greatest accomplishments of my scientific career was to describe a new jellyfish (Phialella zappai) and name it after Frank Zappa (FZ). In exchange, Frank dedicated a song to me (“Lonesome Cowboy Nando”, and I would not exchange it with a Nobel Prize). Why am I mentioning Zappa? Because he asked: does humor belong in music? His answer was definitely ‘yes!’. FZ produced very complex music, which was very difficult to play. The Ensemble Intercontemporain, directed by Pierre Boulez, could not play it properly in 1984 (I was there), and FZ had it played by a computer. But in spite of being difficult, complex, or even impossible to play, that music is a treat for the ears. It is possible to be very serious and also to be entertaining. In his last editorial for Nature, the late J Maddox wrote: life is chemistry {1}! Now, you look at a redwood, or at a white shark, or at Shakira, and do you think about chemistry? Come on! Life is more than just chemistry! That’s why people do not like science, and distrust those who claim that life is chemistry. Many natural scientists do what they do because they ‘have fun’ doing it but, as soon as they write about it, they try desperately to be as boring as they can because this is the way journals want them to be. In this article, Sand-Jensen also considers drawings as a way to convey concepts as art. Yes, art and humor belong in science. Of course there are mathematicians who look at a formula and find it beautiful. Nobody’s perfect. But transforming biology and ecology into formulae is missing the point. And yet that’s what we restlessly try to do. Well, I am not so stupid as to say that formulae are useless, and molecules are irrelevant, I just say that they are not everything. There is more to science and its communication, and we refuse to see it.

However, just to contradict myself, I must admit that some scientists have an enormous sense of humor. There is a project that costs zillions of dollars and has produced zero results (so far), but it continues to be financed heavily. This is the search for extraterrestrial life! We send very costly rockets across the whole universe, hoping to find some Martians and every time water is found in some strange place we are told: life needs water, so if there is water, there is life! I am sure that those who say these things fight hard not to laugh in front of the cameras. Laughing at these statements might be a good way to cope with them. Laughing at the economists who sell infinite growth into finite systems, or to medical doctors who try to remove all causes of death, selling the expectation that we will be immortal. And then we end up with economic catastrophes and in societies made by sick old people who refuse to die. Science can do wonders, but it needs some more humor, and art, and beauty.
References
1.
The prevalent distrust of science.
Maddox J Nature 1995 Nov 30; 6556(378):435-7
PMID: 7477396


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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…