Press enter to see results or esc to cancel.

Venghino, signori, venghino…

Sono i contenuti che fanno un giornale. Hai voglia a chiamarti Le Monde, NYT o Corriere ma se sulle tue pagine non gira roba buona i lettori scappano e vanno da altri. E’ così anche per le riviste scientifiche: Nature e Science, prima di ogni altra, devono il proprio prestigio alle cose che pubblicano.

Lo sa bene Richard Smith che se ne è uscito con una delle sue provocazioni. Aveva un articolo nel cassetto, messo in cantiere per un fascicolo speciale di una rivista ma – come spesso accade – arrivato tardi all’appuntamento. Che farne? Avviare la trafila della submission alle possibili riviste interessate? Troppo  faticoso e lungo per uno “yesterday’s man” che non ha certo bisogno di far crescere il proprio h-index.

L’idea deve essere arrivata naturalmente, preso com’è dagli strumenti del social network: un annuncio su Twitter (“I have a very personal 6000 word piece on my journey into evidence and out the other side. Any ideas where I might publish?”) e quasi subito arrivano quattro proposte di pubblicazione.

In un post sul blog del BMJ trae le conclusioni: è ora che gli articoli siano messi all’asta.

“Unfortunately the journals have the power. The authors are supplicants. But, of course, the journals, even the swankiest of them, need authors. No authors, no journal, no readers, no prestige, no fat salaries. Why not reverse the power gradient and auction your paper? Let the journals chase the authors rather than the other way round.” Il ragionamento di Smith non fa una piega: chi ha qualcosa di importante da dire dovrebbe … mettere all’asta il proprio pensiero. Purtroppo è un’idea troppo originale per adattarsi a gran parte delle riviste che contano: la costruzione dei numeri del NEJM, JAMA, Lancet sembra purtroppo molto condizionata da fattori diversi dall’obiettivo di colpire l’interesse dei lettori. Vanno sì, a caccia di autori, ma sono i principal investigator dei grandi trial multicentrici che garantiscono centinaia di migliaia di reprint sponsorizzati.

A un’editoria strumento del marketing industriale non servono creatività e intelligenza.

 

Comments

1 Comment

Gennaro Stennacchione

Richard Smith può permetterselo… quanti altri potrebbero farlo?
È come mettere all’asta un inedito di Freud.
Troverebbe acquirenti pronti a pubblicare il pezzo? La risposta è inutile.

I trial multicentrici sponsorizzati dalla grandi aziende sono sempre benvenuti.
Fanno informazione scientifica di massa. L’importante è – citando Tom Jefferson – la trasparenza rispetto all’eventuale conflitto di interessi.

L’editoria scientifica quindi non è sempre e soltanto strumento del marketing, ma anche e molto di più per nostra fortuna.


Leave a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Tweet

It is unlawful that the US withdraws from @WHO It threatens the health and security of Americans This can and should be blocked by Congress thelancet.com/lancet/article… @TheLancet by @LawrenceGostin @MMKavanagh and American public health leaders pic.twitter.com/7XC9SYNokV

Tag Cloud

Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…