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Tutti morimmo a stent

Uno dei momenti più delicati, nel confronto tra Pierluigi Bersani e Matteo Renzi, riguardava il mancato contrasto al conflitto di interessi ai tempi del governo Prodi. Dev’essere una questione davvero irrisolvibile, questa dei “competing interests” se è vero che anche al di là dell’oceano la medicina statunitense sta per alzare bandiera bianca.

Un commento sul JAMA di Allen S. Lichter e Ross McKinney chiede che si arrivi ad una definizione dei conflitti di interesse condivisa dall’Institute of Medicine e dalle maggior istituzioni del paese: in primis Food and Drug Administration e National Institutes of Health. Allo stesso tempo, le disclosures dovrebbero essere postate in una banca dati che clinici e ricercatori dovrebbero costantemente aggiornare con le notizie sui pagamenti ricevuti per servizi prestati; diritti di proprietà intellettuale; finanziamenti; investimenti e partecipazioni azionarie; contributi per viaggi, inviti a cene, doni.

In attesa che tutto ciò diventi realtà, la medicina statunitense prende decisamente le distanze dalle linee guida, vale a dire dallo strumento che più di ogni altro informa l’assistenza e i programmi di prevenzione e che – di nuovo: più di ogni altro – è condizionato dai conflitti di interesse. In guidelines we cannot trust è il titolo dell’articolo uscito sugli Archives of Internal Medicine: non ammette repliche. Si tratta di un commento ad un lavoro originale pubblicato sullo stesso fascicolo della rivista che prende in esame vent’anni di produzione di documenti caratterizzati da standard di qualità distanti mille miglia dai criteri minimi fissati dall’Institute of Medicine: presenza nei comitati di stesura delle linee guida di chairmen pagati dalle industrie (sette chairmen e 9 co-chairmen su 10 percepiscono denaro dalle aziende); mancanza di rappresentanti di associazioni di malati, di bioeticisti, di economisti sanitari, di documentalisti. L’Editorial Board di riviste e case editrici è complice e chiude un occhio. Spesso, anche due.

Terrence Shaneyfelt dice di non essere ottimista. Eppure – beato lui – fa parte di una comunità scientifica che almeno in parte affronta questi problemi con la determinazione a risolverli. Gli articoli pubblicati nelle scorse settimane su riviste così diffuse ne sono conferma. Diversamente, in Italia il conflitto di interessi è una questione di cui si parla poco o nulla e sempre malvolentieri. Gli scandali che hanno ferito la sanità modenese (e non solo) non si chiariscono, anzi: i sospetti si allargano dagli stent alle targeted therapies, dalla cardiologia all’oncologia. Si parla di “farmaci che non stanno dove dovrebbero stare, di medici sconosciuti in reparto, di clinici che rifiutano i controlli, di istituzioni che piuttosto che verificare in proprio “mandano i NAS”.

Se la sanità statunitense è in crisi di credibilità, quella italiana è ai minimi termini. Occorre ripartire da zero, cogliendo il suggerimento della nota degli Archives che sollecita a ridurre drasticamente la produzione di documenti di consenso. Meno linee guida, d’accordo; ma probabilmente anche meno pubblicazioni, meno ricerca superflua, meno congressi. L’inverno dovrebbe sollecitare una potatura per sperare in una primavera con frutti diversi.

 

 

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Va beh, mi hanno invitato a farlo girare... So’ ragazzi, questi di @forwardRPM , come fai a dirgli di no? twitter.com/forwardrpm/sta…

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…