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Vent'anni di EbM: bambocciona e choosy

Più choosy che bambocciona. Ha passato i vent’anni ed è ancora in casa, questa Evidence-based medicine perenne adolescente.

Accolta come un incidente più che come una scelta consapevole dai propri genitori – Medicina accademica e Assistenza al paziente – ha impiegato qualche anno per accettare il proprio nome (medicina delle prove o basata sulle evidenze?) come molti bambini capricciosi e quasi tutti i poco desiderati. Era ancora sul seggiolone che sentiva i grandi discutere tra loro: “sarà mica un diverso paradigma?” “Eh no eh, posso accettare al massimo che sia un nuovo movimento culturale”. Per poi consolarsi con l’ammissione della mamma: “Vedi caro, dopotutto non è così diversa da noi…”

Una finestra di visibilità verso i quindici anni, come il regalo a quegli adolescenti talmente belli da apparire innocui. Qualcosa poi dev’essere successo: una qualche preferenza per i cugini più alla moda – l’health technology assessment o la comparative effectiveness research – o l’antipatia dichiarata da qualche vicino permaloso, così pericolosamente vicino a papà e mamma. Fatto sta che l’EbM si è chiusa in stanza; sta per conto suo, insomma, e come tanti ragazzini se ne sta più tempo al computer che per strada.

Dalla pubblicazione del primo dei lavori dell’EbM Working Group, in quella settimana di apertura del novembre del 1992, sono trascorsi vent’anni, ma la situazione è più che mai difficile: gran parte della ricerca che orienta le cure al malato è condizionata da interessi commerciali e le strategie delle politiche sanitarie sono distanti dal poter essere considerate basate sulle evidenze. Nel nostro paese le cose sono ancor più critiche, se solo pochi giorni fa una rivista come Nature così ha scritto: “Science is subject to a level of irrational suspicion in many countries, but in Italy there is a perception that science doesn’t even matter — a state of affairs encouraged by decades of underfunding and political disdain.”

La chiave è nella diffidenza che la politica prova nei confronti della scienza e della ricerca; dovrebbero parlare il linguaggio di una – per quanto provvisoria e vulnerabile – verità e non è questo il tipo di comunicazione preferito da chi per governare ha bisogno di vendere illusioni. “Italy invests just 1.26% of its gross domestic product in research and development (R&D), compared with Germany’s 2.82% and a European Union (EU) average of 2%. In 2009, Italy employed only 226,000 full-time-equivalent R&D staff, whereas Germany had 535,000.” Il quadro delineato da Nature è deprimente e, in fondo, spiega il perché di molte cose.

Suo malgrado bambocciona perché vive di paghette. Fortunatamente choosy, ancora in grado di riconoscere gli amici.

Comments

1 Comment

Elena

Sembra un ritornello minaccioso che sentiamo dire in continuazione in qualunque ambito ci troviamo…
Ma qual è l’entità che può (deve) stare sopra il profitto? Oppure c’è già negli altri paesi e noi italiani ne siamo sprovvisti? Se questa entità è rappresentata dalla politica…cavoli mi mancano proprio le parole per andare avanti.


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Furti all’italiana. Con l’aria di chi la sa lunga, @paolomieli spiega il senso del dimenticare. Un paio d’anni dopo lo splendido libro di @davidrieff Ma quanto siamo provinciali? @OttoemezzoTW pic.twitter.com/71eJVgCY99

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…