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Io vagabondo che son io

Metti l’Io dentro la Rete e può succedere di tutto. “You can have a sense of Self without being oneself” (questa l’ha detta Shirley Turkle). L’Io assume la forma che tu desideri gli altri percepiscano. Oppure può succedere che apparire autentici ed esserlo (autentici) non sia più la stessa cosa. O che il Self diventa indelebile e non può essere più cancellato.

Queste cose le ha dette Glen Gabbard, uno dei più famosi psichiatri a orientamento psicodinamico. Statunitense alto e distinto, insegna al Baylor College di Houston ed è venuto a Roma invitato da Alberto Siracusano al congresso Percorsi internazionali di studio in psichiatria.

“I fear we’re moving away from the inner Self”, sostiene Gabbard. Fine dell’Incommunicado winnicottiano. E anche del time-out di Erickson. Ce ne faremo una ragione. Il rumore era quello dello slam della porta della stanza dell’adolescente che si chiude agli adulti: no parents inside. Ora i genitori non entrano ma il mondo sì e ragazzi e ragazze lo accolgono mostrandosi diversi da ciò che sono. Ehm… no, talvolta è l’opposto. ragazzi e ragazzi finiscono per rivelare tutto di sé stessi, senza filtri o barriere: su Facebook postano foto da ubriachi alle feste, twittano dai concerti da sballati, caricano su YouTube video delle compagne e dei compagni in pose discutibili. Insomma, si la strada è ancora là, un deserto sembrava la città, ma un ragazzo che ne sa, sempre azzurra non può essere l’età.

Al di là della porta la situazione cambia poco e regna la stessa confusione. La riservatezza è un miraggio: “the psychiatrist practicing psychoanalysis today is likely to feel violated, invaded, and exposed”. Caspita, però. E in che consiste la violenza?

  • il paziente richiede al terapeuta l’amicizia su Facebook;
  • il paziente Googla il terapeuta e viene a sapere un sacco di cose personali: quanto ha speso per l’acquisto della casa (addirittura?), verso quale destinazione esotica sta viaggiando per il congresso che ha causato la disdetta dell’appuntamento, e così via;
  • un amico posta su Facebook foto e notizie che svelano particolari della vita del paziente nascosti all’analista;
  • ma anche che il terapeuta googla il paziente e acquisisce elementi che la persona intendeva tenere nascosti: preferenze politiche, orientamento religioso o sessuale.

Il ragionamento di Gabbard lo porta ad una prima, sensata conclusione, che prende in prestito una frase dell’ex CEO di Google, Eric Schmidt: “If you have something that you don’t want anyone to know, maybe you shouldn’t be doing it in the first place.”

Il bersaglio si sposta poi da Google a Wikipedia:  consultando l’enciclopedia libera, un amico di Gabbard, Zick Rubin, ha scoperto di essere morto. Salto sulla sedia e mail agli amministratori della risorsa: “Ehi ragazzi, guarda che c’è un errore!” Risposta: “Verificheremo e le faremo sapere”. Replica: “Ma cosa diavolo dovete verificare? Se ve lo dico io che sono vivo!” Controreplica: “Che c’entra: lei è in conflitto di interessi”. Stupenda: lei è in conflitto di interessi (sottinteso: perché trae vantaggio da esser vivo). Alla fine la cosa si accomoda. Ma oltre a Rubin, Wikipedia castiga anche Gabbard che scopre sulla propria biografia di essere ormai pensionato e di fare il guardaboschi (il ranger di Yoghi, insomma) in un parco naturale del centro degli Stati Uniti). Si aggiusta pure questa e ora la saggezza della folla si è espressa in maniera corretta. Ad ogni buon conto, per leggere delle fesserie non c’è bisogno di internet.

La seconda conclusione, però, è di Gabbard: “We practice in the best of times. And in the worst of times”.

 

Comments

2 Comments

luciano de fiore

Anche il contrario: si può esser qualcuno anche senza avere coscienza di sé. Temo che oggi sia più il tempo di questa seconda. Un soggetto senza inconscio, come dice Recalcati. O meglio: che non sa di, o presume di non, averlo. Se capisco bene, anche Gabbard sembra del medesimo avviso: stiamo abbandonando il nostro sé interno. Il che vuol dire che, spesso, riteniamo di poter funzionare come se tutte le nostre scelte ci fossero trasparenti, gli obiettivi chiari, i meccanismi psichici coinvolti noti.

Roberto

l’Io senza Sé scriverebbe Lacan. Adolescenti in cerca di una Identità che non troveranno mai con questa compulsiva frequentazione dei social network. Tutto condiviso, amici-[nemici], foto, amori, fino alla paradossale abitudine di postare i ritmi giornalieri: “Ora doccia, poi aperitivo, dopo discoteca con amore…”. Un’assurdità. Ha ragione Gabbard: nessuna intimità.
Tempi duri per i genitori ai tempi di Facebook. Una volta era il nostro compito quello di modulare le emozioni dei figli e insegnare loro a “contenere”. Oggi l’acting-out è di moda e i ragazzi anziché elaborare le proprie emozioni, le “scaricano” su FB.
E così se nostro figlio viene tradito dalla fidanzatina, posta tutto e di più magari usando una parola di troppo. Peccato che tra la sana intimità di un rapporto genitore-figlio e un post su FB ci siano 2500/3000 contatti di differenza. A noi il peso di giustificarci con i genitori di lei, a lui la “celebrità” di essere stato tradito pubblicamente. Mah, che dire? Tempi moderni o totale mancanza di riservatezza?


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Luca De Fiore

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