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Se la gente è slow e le popolazioni meno

Cosa c’entrerà Eric Hobsbawm con il mondo di Slow Medicine? Molto probabile che non ci azzecchino nulla. Ad eccezione di una sensazione, simile a quei momenti che due grandi pensatori del secolo breve – Freud e Guccini – definirono felicemente come “déjà vu”.

Tutto – beh, tutto è una parola grossa – nacque dalla polypill; a farla breve (come il secolo), si tratta di una compressa contenente i principi attivi che numerose sperimentazioni cliniche (indipendenti, rigorose, convalidate) hanno dimostrato riuscire a proteggere la salute cardiovascolare di persone a moderato rischio. Intendiamoci: persone non ancora malate, proprio quelle che chi si occupa di politiche sanitarie dovrebbe avere più a cuore (è il caso di dire). La polypill ha molti avversari (l’industria farmaceutica) e pochi sostenitori (il suo alfiere è Richard Smith, quello che faceva l’editor del BMJ). Le industrie sostengono una campagna contro la PP in nome della “personalized medicine” e della “tailored care”: argomenti che sanno di vecchio da appena nati (siamo tutti geneticamente diversi, ogni persona ha la propria specificità e così via). Smith (e diversi altri famosi ricercatori, come Furberg, Yusuf e Valentin Fuster) sostengono la polypill perché da anni indica nel terzo (e ultimo) mondo il cuore delle problematiche della salute globale. Muoiono milioni di persone, in Africa, per fattori di rischio non controllati.

Fatto sta che l’amicizia e l’ammirazione per Giorgio Bert mi hanno permesso di poter partecipare ad un dialogo con diversi iscritti a Slow Medicine in un gruppo riservato su Facebook: esperienza davvero interessante che mi ha insegnato parecchie cose:

  • che quando ci sono di mezzo dei medicinali, comunque sia, molti sono portati ad assumere una posizione contraria al farmaco, ritenendo che sotto sotto ci sia per forza un complotto di una onnipresente “Big Pharma”;
  • che quando si parla di “personalized medicine” si pensa al medico del quadro di Picasso giovane (sì, proprio quello del museo del Barrio Velho di Barcellona che sente il polso alla donna, che c’è pure una suora col cappello vicina…); nessuno si immagina che con questa locuzione si intende invece il business del secolo che viene, fatto di miliardi di euro gettati al vento per diagnostica e terapia (teoricamente) basati sulle specificità genetiche;
  • che l’idea splendida di una medicina capace di esser “lenta” è raramente coniugata con una prudenza nel dichiararsi a favore o contro qualcosa, in attesa – aggiungerei – di essersi costruiti un’idea documentata;
  • che la medicina della pacatezza e del giudizio (così tradurrei lo slow, essendomi indigesto in termine “lentezza” da quando la Roma acquistò – come presunto erede di Falcao – un tale Andrade, tra i piedi del quale s’impantanò il sogno di conservare la squadra da scudetto) finisce col coincidere con la medicina dell’individuo, scenario elettivo della compassione, della presa in carico, del supporto al cambiamento per una salute migliore;
  • che questo elogio della medicina individuale si traduce in primato di questa sulla sanità di popolazione, che – chissà perché – si vuole coincida con interessi economici mastodontici.

Cosa c’entri Hobsbawm con tutto ciò è più semplice a dirsi che a spiegarsi.

Fu la lettura di un suo scritto a confermarmi di quanto dovesse essere vicina ad un giovane comunista italiano la prospettiva storica delle “Annales”. Erano i primissimi anni Ottanta e, da storico marxista inglese, Hobsbawm teneva in grande considerazione il punto di vista di Fernand Braudel, spingendosi però oltre. La storia di lunga durata aveva “la gente” e non gli individui come protagonisti; ma … “the term the people itself combines the maximum of emotional resonance with the minimum of precision in defining the multiple and overlapping meanings it conceals”. Hobsbawm sottolineava giustamente che people fosse un termine ambiguo, molto usato anche dal totalitarismo fascista: bisognava andare oltre, arrivando a mettere al purale la parola. Peoples.

È necessaria – diceva Hobsbawm – sia la storia delle soggettività (“the people’s history”) sia quella che con un colpo d’ala eleva il proprio orizzonte e si fa politica: “the peoples’ history”. Sono passati trent’anni ma siamo rimasti al palo, anzi se possibile sono stati fatti passi indietro. Lo stesso Hobsbawm temeva che trascurare la straordinaria importanza delle “genti” come “popolazioni” potesse contribuire al definirsi di particolarismi e localismi tanto sterili quanto rischiosi. Era il 1981, più o meno. Da qualche giorno Hobsbawm non c’è più, ma – come un istante déjà vu, ombra della gioventù – in tanti contesti si continua a guardare quasi esclusivamente alla  “gente” e così di rado alle popolazioni.

E c’è anche chi, come Geert Lovink, ha il sospetto che il web “sociale” riduca l’orizzonte invece di ampliarlo. Ma di questo diremo un’altra volta.

 

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
tutto quello che vorresti chiedere ma hai paura di sapere. E nemmeno sai tanto a chi chiedere…