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Quel maledettissimo pallone

“Quel maledettissimo pallone” era la lamentazione di mia nonna che visitavamo mezzi insanguinati sabato sera dopo che lo spiazzo sterrato di villa Ada era stato teatro di interminabili partite in mezzo alla polvere. Mi è tornato in mente ad ogni pagina leggendo il nuovo piccolo libro di Tito Boeri.

Parlerò solo di calcio, avverte dalla copertina l’economista di lavoce.info. Ma è un vezzo, perché parla sì, di calcio, ma anche di sanità: l’analisi di Boeri è puntuale e inquietante, ma descrive un mondo attraversato da vizi incredibilmente simili a quelli del football italiano. Vediamone alcuni.

Non è uno sport per giovani. Questo il titolo del primo capitolo: nei mondiali in Sudafrica del 2010 l’Italia era la nazionale con l’età media più alta (circa 28 anni). Il dato riguardava tutta la rosa, a significare – sottolinea l’autore – che i veterani non permettevano ai giovani “neanche di sedere in panchina”. Agli scorsi Europei, il dato migliorava di poco: media 27,91 con le sole Svezia, Russia e Irlanda più anziane. Se guardiamo ai medici italiani, scopriamo che una ragazza che si iscrive a Medicina deve mettere in conto un’attesa media di 15-16 anni prima di trovare un lavoro, solitamente sottopagato. “Un medico italiano è in genere assunto dal SSN ad un’età in cui un medico inglese diventa “consultant”, ovvero cessa il rapporto come dipendente, per diventare una forma di consulente e libero professionista.” (Latocca et al., 2004)

“Il calcio italiano appare caratterizzato da forti disuguaglianze salariali, a cominciare dagli stipendi delle star”, annota Boeri. “Se il reddito annuo di un giovane all’inizio della carriera è di 15 mila euro, un collega senior beneficia di circa 54 mila euro”, fa eco l’Annuario Statistico ANPAM 2010. “Persone che fanno tutto insieme e si allenano insieme sono retribuite in modo molto diverso, e ciò può avere effetti negativi sulla performance del gruppo, trattandosi di uno sport di squadra”. Difficile dire se stiamo parlando della Juve o di un ospedale italiano.

Il calcio italiano è pesantemente indebitato, con poche eccezioni. Ma le squadre, soprattutto quelle molto popolari, “riescono sempre a ottenere interventi pubblici, vantaggi fiscali o veri e propri salvataggi”. Salvataggi onerosi anche in campo sanitario: “In uno studio della Confindustria del 2009, i debiti degli enti sanitari verso i fornitori erano stimati in 42,4 miliardi a fine 2007”, leggiamo in un post sempre su La Voce. E la domanda di Giuseppe Pisauro vale sia per la sanità sia per il calcio: “Come è possibile che gli amministratori prendano impegni senza avere risorse in bilancio?”

Gran parte dei risultati del calcio italiano è falsata per effetto del perseguimento, da parte dei giocatori, di interessi economici e di carriera personali, contrari a quelli della squadra e dei tifosi. Le evidenze di corruzione sono state confermate dall’esito di processi recenti e sono di tale entità da far scrivere a Boeri che per sciogliere i nodi del nostro calcio “non basta cambiare gli aspetti marginali, bisogna intervenire sul sistema nel suo complesso”. Per uscirne, è necessario introdurre la responsabilità patrimoniale: se un’azienda è danneggiata da comportamenti illeciti o inappropriati, i responsabili dovrebbero rispondere economicamente del loro comportamento.

“In Italia i cosiddetti «regolatori» vale a dire organismi, autorità e individui che dovrebbero vigilare sul rispetto delle regole, vengono sistematicamente catturati da coloro che dovrebbero essere da loro regolati”. Affermazione che, trasferita alla sanità, non fa una grinza.

Completa coincidenza, dunque, tra calcio e sanità? Quasi, ma almeno una cosa manca alla sanità e dovrebbe impararla dal calcio: l’uso intelligente delle informazioni. E’ di questi giorni la notizia che il Manchester City ha deciso di rendere disponibili i dati raccolti dai propri sistemi di soccer analytics a chiunque presenti un progetto interessante d’uso di queste informazioni. Sappiamo che, ormai, le società di calcio professionistiche dispongono di una base di dati ricchissima relativamente ai movimenti dei giocatori e della palla, ai passaggi, alle interazioni tra i giocatori durante ogni incontro; come ha sottolineato The Atlantic, la decisione della squadra allenata da Roberto Mancini rappresenta un passo fondamentale perché mette nelle mani degli appassionati la ricerca di innovazioni utili e reali. Una “saggezza della folla” per il cambiamento. Non sarebbe male se questa prospettiva fosse adottata anche dalla sanità.

Tito Boeri non ha mantenuto la promessa: non ha parlato solo di calcio. Di sicuro, però, non ha parlato di … pallone: quel “maledettissimo pallone” che è quello al quale ancora giochiamo e che a noi sta davvero a cuore. Con buona pace di mia nonna.

 

 

 

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Luca De Fiore

Comunicare la salute e la medicina:
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