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La cognizione del colore

La smania di condividere porta ad avere fretta di metterlo via, quel libro che stai per finire, perché poi sarà tutto un postare su Facebook, un commentare su Anobii, un messaggiare su Twitter. Tutti dovranno sapere che quell’autore no, continua proprio a non piacerti. O, al contrario, che quella frase di sicuro non la dimenticherai. O che il libro che hai appena messo via non valeva la pena fosse scritto, che quei periodi troppo brevi torturano il lettore, che la storia è talmente poco plausibile che ci sarebbe voluto Gabo per farla funzionare.

Ci sono pagine, invece, dalle quali non vorresti separarti, troppo intense per decidere di averle davvero capite, troppo ricche per non meritare di restare accanto al letto, troppo intelligenti per lasciare quello spazio nello zaino che ormai ne ha preso la forma. Tornerai di sicuro a leggerlo un altr’anno, e poi ancora e ancora, Il senso di una fine, che Julian Barnes ha mantenuto in 150 pagine perfette.

Difficile provare a spiegare di cosa parli se non l’hai capito bene neanche tu: forse della Storia; che si costruisce sì, nella tensione, nel contrasto, nel rapporto tra memoria e documentazione, tra incertezze dei ricordi e sicurezze delle tracce lasciate dai documenti, ma che non può non interrogarsi sulla fondatezza di queste stesse certezze così come sulla reale precarietà delle presunte insicurezze. Potrebbe anche essere un libro sul rapporto tra uomo e donna; che non sembri “senza qualità” il primo, sebbene … nella media: “Medio all’università e sul lavoro; medio in amicizia, lealtà e amore; medio, senza dubbio, anche nel sesso”. Moralmente nella media, chiude il protagonista parlando di sé stesso, ma arricchito da uno dei massimi pregi che possiamo attenderci da una persona: la disponibilità a farsi domande lungo il corso della vita e a cercare risposte agli interrogativi che gli altri ci pongono. Domande che si ripropongono a ogni passo, soprattutto se la vita non è un fiume tranquillo ma un torrente dove la corrente è ragione di continue sorprese. Potrebbe essere anche un libro sulla difficoltà di capire, di essere sensibili, di comprendere il senso delle cose, del loro inizio e della fine. Difficoltà che diventa un elemento chiave di una sfida, perché “più impari, meno temi”.

Libro breve e intenso, deve apparire così la vita nel guardarsi indietro: i visi giovani, gli sguardi, i baci; e poi le vecchie agende dai fogli lacerati, il tempo degli orologi e la circolazione del tempo del cuore, ingranaggi rotti su superfici screziate. Infine restano i chiodi, il dolore del non aver capito. Questi pochi minuti necessari al ripassare il tuo vissuto sono simili alla sintesi del lavoro di Suzanne Dean per la copertina dell’edizione inglese del libro.

Link al video sul design della copertina di The sense of an ending

Emozioni, anni, dolori, istanti si susseguono legati da dissolvenze che fondono l’uno con l’altro i momenti più distanti. Dean è direttore creativo di Random House e si è occupata personalmente della cover di Barnes: ne ha preparate venti, cercando di cogliere gli aspetti centrali del testo. È vero che nella casa editrice ci sono i primi interpreti del lavoro dell’autore e se quell’interpretazione è errata o viziata son dolori. Dean ha comprato vecchi orologi su eBay e li ha poi sfasciati nel suo giardino. Insoddisfatta del lettering lo ha disegnato lei stessa e con un pennello ne ha sbavato le lettere per avvicinare la scrittura a inchiostro dei protagonisti adolescenti. Di venti prove, Barnes ne ha scelte sette per ragionarci a casa, tranquillo, ma la Dean ha continuato a lavorare alla ventunesima, quella che alla fine ha aiutato il libro a essere il maggiore successo commerciale tra i Booker Prizes.

Preparare una copertina, ha scritto un po’ di anni fa Armando Petrucci, è uno “scontro tra istanze contrapposte, ognuna delle quali è o può essere portatrice di esigenze, di culture, di capacita tecniche diverse”, tra cui quella dell’autore che dall’esterno combatte una battaglia per la difesa della “sua” interpretazione. Che non è detto sia quella più vera o giusta. Il breve racconto della Dean completa quello di Barnes ma, al di là delle sue spavalde sicurezze (“non si può pensare a un mondo senza scaffali e senza libri”), che ne sarà di questa integrazione di senso che “il vestito” garantisce al libro? La versione elettronica del Senso di una fine per la lettura nelle cinquanta sfumature di grigio del Kindle costa circa un quarto di quella di carta: guadagnando dei soldi, del libro il lettore perderà la cognizione del colore?

“Every book feels and looks different in your hands; every Kindle download feels and looks exactly the same”, scrive Barnes in una delle 25 pagine del prezioso A life with books; generosità straordinaria di uno scrittore che sembra lui per primo non voler sottolineare il primato assoluto del testo sull’insieme degli elementi che formano un libro. “Regalare il proprio tempo ai libri senza avere anche un risarcimento visivo, sarebbe come rinunciare al libro in quanto corporeità”, sosteneva Aldo Colonnetti in Disegnare il libro.

Forse, la chiave è proprio in questo “risarcimento visivo”: tanto più necessario quanto … “reading is a majority skill but a minority art”.

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Luca De Fiore

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